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Musica, Stories

Rino Gaetano: storia di un giovane

.. di Giulia Emanuele

La strada molto lunga, s’andò al San Camillo e lì non lo vollero per l’orario.
La strada tutta scura, si andò al San Giovanni e lì non lo accettarono per lo sciopero.
Con queste parole Rino Gaetano nel ’71  intonava una ballata leggera nei toni, ma feroce nel significato: Quando Renzo morì io ero al bar. E quegli stessi versi, 10 anni dopo, risuonarono tutto a un tratto profetici. La notte del 2 giugno del 1981 il cantautore italiano venne respinto da 5 ospedali (3 dei quali citati proprio in Renzo morì) in seguito a un grave incidente stradale, che ne causò la prematura morte. Per uno strano scherzo del destino, la sua aspra critica contro il sistema sanitario italiano gli si rivoltò contro, quasi un po’ come a beffarsi dell’irriverenza con la quale Rino cantava contro la società dell’epoca. 

Rino Gaetano aveva solo 30 anni quando scomparve, ma la sua breve carriera artistica non è stata di certo priva di contributi significativi. Scanzonato e disilluso, il cantautore di Crotone ha messo sempre al centro della sua poetica l’uomo, nella sua condizione di miseria e di alienazione. Il 33 giri Mio fratello è figlio unico non a caso presenta in copertina un cane, emblema stesso dell’abbandono e della solitudine. Ma Rino non era solo questo. Era un artista dissacrante oltremodo e un vero cultore del nonsense, tanto da renderlo vera e propria caratteristica della sua cifra stilistica.  Gaetano amava giocare con l’ironia per denunciare il marciume che intravedeva nella società e affrontava il suo nemico col sorriso, ma, soprattutto, a volto scoperto. Solo per fare un esempio, la lunga lista di nomi all’interno di Nuntereggae più attirò l’attenzione di moltissime personalità dello spettacolo e della politica. Rino venne addirittura costretto a cancellare dal testo originario del brano il nome che forse era scomodo più di tutti tra quelli menzionati, quello di Aldo Moro.

Rino Gaetano era un artista spericolato, certo, e lo era per di più in un periodo in cui la censura era un’attività praticata giornalmente dall’establishment. Era considerato così pericoloso che qualcuno finì col pensare che l’incidente in auto non fosse del tutto accidentale, ma che fosse un piano ordito dalla massoneria per mettere a tacere per sempre il cantautore. 

Il 29 ottobre di sessantotto anni fa nasceva il Rino Gaetano, che ancora oggi, con le sue parole, ci fa riflettere ancora prima che sui problemi della società, su noi stessi, riflessi negli occhi di un giovane di talento che sempre rimarrà tale.

 

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Musica

Didie Caria

di Giulia Emanuele

Didie Caria: artista poliedrico con un curriculum di tutto rispetto, ricco di esperienze interessanti, che vanno dal teatro alla musica. Intraprendi la carriera di cantante da giovanissimo e cominci a girare il mondo con una compagnia gospel internazionale, la Freedom Family. Tra tutti i luoghi che hai visitato in questi anni, ce n’è uno che ti ha ispirato in particolar modo e che ha maggiormente inciso sul tuo modo di fare e percepire l’arte?

New York è un posto in cui ho sostato più a lungo e sicuramente è il luogo dove ho avuto il tempo di apprendere maggiormente. Io ho una forte componente soul nella voce e per quello che faccio l’attitudine americana mi piace molto. Sono più viscerali sul palco, più animali, si preoccupano di divertirsi e far si che arrivi quello che hanno da comunicare con meno intellettualismi di sorta.

Quasi contemporaneamente alla tua carriera di cantante, intraprendi anche quella in teatro. Così, oltre ad esibirti, scrivi di tuo pugno 3 spettacoli, l’ultimo dei quali per la prestigiosa scuola Holden, ancora adesso in tour. Di cose da dire ne hai, insomma. Ma qual è quella che più di tutte ti piace raccontare, sia in teatro che in musica?

Le storie sono tante e non riesco a metterne una in primo piano. Il modo di stare sul palco è una componente su cui lavoro da tempo e che cerco di migliorare sempre. Per me non c’è divisione tra sotto il palco e sopra. Quello che faccio io lo può fare chiunque abbia passione e determinazione, il punto per un artista è sempre quello di avere a che fare con il proprio ego e dargli lo spazio giusto senza far si che prenda lui completamente la scena. Forse mi sto ripetendo ma questa è la storia che voglio raccontare: che ognuno deve trovare la sua via sul palco e la sua via è la sua storia.

Il 25 Settembre esce il tuo ultimo lavoro, Primo Tempo, per la MeatBeat Records. Al suo interno la musica si intreccia con teatro e letteratura, riuscendo così a realizzare una sintesi delle tue più grandi passioni. Esiste, tra questi tre universi artistici, uno dentro al quale ti senti più comodo rispetto agli altri? Qual è, cioè, quello con cui riesci ad esprimere al meglio le sensazioni e le emozioni che provi nel tuo intimo?

Il teatro è uno spazio che amo in cui le persone sono già pronte a ricevere. In più è un luogo in cui posso muovermi tra i vari linguaggi artistici quindi passare dalla musica alla lettura e magari alla danza. Per me meno lo spazio è codificato e più mi vengono idee quindi fate attenzione che nel prossimo live potrei anche improvvisare un balletto! Chi lo sa!

Primo Tempo è un album prodotto grazie ad una efficace e geniale campagna di crowdfunding. Va da sé che il tuo rapporto con il pubblico sia di completa fiducia. Com’è nata questa idea? E, soprattutto, ti aspettavi un simile successo?

La fiducia si è creata negli anni e bisogna mantenerla. L’idea della raccolta fondi nasce per necessità e poi ho visto la cantante Amanda Palmer fare una campagna di raccolta fondi tra le più grandi al mondo e il modo in cui lei chiedeva un aiuto era semplicemente toccante. Così ho deciso di lanciarmi, affiancato da diversi professionisti che hanno dedicato il loro tempo e le loro energie per sostenermi nella comunicazione. E’ stata durissima all’inizio è ho avuto diverse crisi ma poi è successa la magia che nel mio profondo credevo. Le persone non aspettano altro di credere in qualcosa di bello e sostenerlo. E così hanno fatto in modi incredibili e con una generosità da far piangere. Avevo tutti contro, perfino il sito mi ha sconsigliato di mettere un obiettivo così alto e invece evidentemente se credi in qualcosa un motivo c’è.

A proposito di rapporto con il pubblico, ti è capitato anche di duettare con Bobby McFerrin, che, oltre a essere un gigante della musica jazz, ha fatto dell’improvvisazione e dell’interazione col suo pubblico la ragion d’essere della sua stessa musica. In che modo ti ha segnato questa esperienza e quanto di lui possiamo trovare in Primo Tempo?

L’esperienza è stata unica. Per una volta non mi sono fatto prendere dalla timidezza e mi sono buttato senza perdere l’attimo. Non saprei come collegare Bobby Mcferrin a Primo Tempo, sicuramente ci sono diverse strutture dei brani in cui si sovrappongono loop di voce come faceva lui. Diciamo che Primo Tempo guarda verso di lui ed io pure. Bobby Mcferrin non si può rinchiudere nello spazio di un cd, per quello lo amo e per quello spero di poter andare in una direzione libera come la sua.

All’ interno del tuo nuovo album troviamo 9 tracce, tutte molto diverse tra loro anche se collegate, come già accennato, da un filo conduttore, che riesce a dare un senso al quadro immaginario che di volta in volta dipingi col tuo timbro caldo e intenso: il teatro e la letteratura. Tra questi nove, qual è il brano che ti descrive meglio? Quello che proprio non hai potuto fare a meno di comporre perché era te che raccontava?

Di nuovo non posso rispondere. Tutti mi rappresentano e tutti sono sfaccettature molto precise di me. Non posso fare preferenze ma posso dire che il brano Fall-in stars è speciale per me perché ha la capacità di farmi viaggiare. Tutte le volte che lo eseguo prendo i bagagli, cerco di non dimenticare niente, parto, viaggio e poi torno. E’ un brano che canto solo se la situazione è quella giusta.

La loop station è uno strumento ricorrente nella realizzazione dei tuoi brani, in particolar modo in Tutti i segni di te, singolo che anticipa l’uscita dell’album. La sperimentazione è, poi, una delle caratteristiche più piacevoli che possiamo riscontrare all’interno di Primo Tempo, sia per quanto riguarda il linguaggio che utilizzi ma soprattutto la musica che ti accompagna, leggera e minimale. Così minimale da diventare spesso una semplice cornice, che non contamina affatto le parole ma che, anzi, lascia la tua voce nuda di fronte all’ascoltatore, che viene subito rapito all’interno di questo viaggio. Questa scelta stilistica, che potremmo definire a volte coraggiosa, è frutto di un determinato studio antecedente la realizzazione dell’album o è semplicemente arrivata in modo del tutto naturale, quindi slegata dalle nuove tendenze del panorama musicale che sempre più incalzano?

Ho fatto recentemente il cammino di Santiago e li ho imparato che se qualcosa non è necessario non serve. Creo le canzoni a partire da un concetto non da un idea musicale o un genere o uno stile o tutte quelle robe lì. La sintonia tra la melodia e le parole deve essere in grado di dire tutto, se quella non c’è il pezzo non c’è. Il resto serve a dare colore e a restituire il mood di quando è nato il brano. Quando scriviamo canzoni stiamo facendo un album fotografico di ricordi della nostra vita e va rispettato, non bisogna aggiungere cose che non siano fortemente motivate.

La città visibile è chiaramente ispirata al romanzo di Italo Calvino, Le città invisibili, appunto. Per quanto riguarda la tua esperienza personale, qual è la parte di inferno che ti ostini a mettere in ordine ogni giorno e per il quale chiedi di esser l’ultimo ad arrenderti?

Anch’io ho una parte cinica che non crede e con cui devo fare i conti. Credo di star facendo ancora una piccola parte di quello che potrei fare veramente. Non voglio arrendermi a questa lotta che credo tutti abbiamo tra i sogni, i desideri e la realtà. Voglio essere l’ultimo ad arrendermi e voglio crescere diventando sempre più bambino.

Hai affermato di voler realizzare dei video per poter mostrare fisicamente a chi ti ascolta quello che le tue parole hanno già raccontato in musica. Primo Tempo, quindi, è un progetto che cerca di abbracciare diversi ambiti creativi, senza, finora, deluderne alcuno. Quale sarà, adesso, la prossima mossa?

Ora uscirà il video di The Prince in anteprima su Repubblica, che riporta in immagini un viaggio che ho fatto in Senegal ultimamente. Sono partito a caso per andare in un posto che era lontano da me in cui potevo stupirmi costantemente anche solo camminando per le strade di un paesino. Sono rimasto a bocca aperta, mi ricordo che in quei giorni parlavo poco o niente, non ero triste ma immagazzinavo mille informazioni al minuto. Questo è quello che voglio continuare a fare. Il 2 Ottobre parto per un tour in giro per il mondo che finirà il 21 Dicembre. 80 giorni in cui ripercorrerò le tappe del libro seguito da 2 videomakers e un vlogger e un altro musicita. Non sarò in primo piano in questo viaggio, saranno in primo piano le storie delle persone che incontreremo e la musica di quei luoghi. Suonerò in diverse location e sarà un avventura che faccio fatica anche solo a immaginare. Magari ne parliamo un altra volta in modo più approfondito.

Dopo un tour estivo che ti ha portato in giro per l’Italia, sei da poco rientrato  a Torino, dove il 23 settembre, alle Officine Corsare,  presenterai ufficialmente e, direi, finalmente,  il tuo lavoro. Quattro anni sono passati in fretta?

Si sono passati in un attimo.

Ultima, ma non meno importante, domanda: con o senza mecenate?

Attualmente senza mecenate. Mi piace immaginare che un giorno arriverà un manager, non un mecenate, che abbia voglia di creare qualcosa di nuovo nella musica e non cerchi di plasmarmi a suo piacimento per farmi diventare un contenuto commerciabile. E’ assurdo che delle persone che lavorano in questo settore ti lodino per il tuo valore e ti scelgano come artista e poi ti chiedano di cambiare. E’ assurdo in una relazione tra due persone qualunque figurati nella musica.

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Musica

Ugo Moscato – Storia di uno qualunque e altre storie…

A distanza di poco, pochissimo tempo arriva questo tuo secondo EP. Quali sono i principali  segni di rottura rispetto a Raccolta n. 1 (Aprile 2012)?

Si possono notare alcune differenze nello stile degli arrangiamenti e nel modo di cantare. Ho alzato la tonalità del cantato; ho aggiunto controvoci. Poi, spero che si noti, nel mio piccolo sono anche meno arrugginito con la chitarra e ho migliorato le capacità di registrazione e gestione del suono.

Storia di uno qualunque e altre storie… Quali?

Il titolo dell’EP prende spunto dal brano che ritengo sia riuscito meglio. Nei miei testi racconto storie semplici, realtà quotidiane inquadrate dal mio personale punto di vista, e cerco di farlo senza scivolare nella banalità. Nulla di eclatante, bizzarro o aggressivo, in controtendenza rispetto all’offerta di molti cantautori di oggi. Dopotutto alcune delle mie canzoni sono state scritte circa 20 anni fa.

Colpisce la particolare leggerezza e profondità dei tuoi testi e delle tue melodie. C’è un particolare cantautore del passato da cui prendi spunto?

Quando ho scritto queste canzoni ascoltavo soprattutto De Gregori, Battisti, De Andrè. Oggi ho riscoperto Ivan Graziani, straordinario chitarrista e musicista scomparso nel 1997, che consiglio a tutti. Dei giovani mi piace molto Alessandro Grazian, perché mi sembra sinceramente ispirato. Voglio precisare che quando comincio ad arrangiare un pezzo non seguo un preciso modello di riferimento. Gli arrangiamenti nascono e si sviluppano in maniera spontanea, a tentativi.

Dove e come trovi l’ispirazione per i tuoi testi?

Ho sempre scritto le mie canzoni per una esigenza personale. Tutto nasce da una emozione o da un evento particolare che viene rielaborato nel linguaggio musicale e nel testo. I miei testi nascono sempre insieme alla musica, non ho mai “costruito a tavolino” una canzone.

“Quando il cielo è azzurro ed il sole splende per te, non ti preoccupare sono due le cose:  o sei matto oppure è solo amore…” Secondo te si può guardare con positività soltanto con occhi da pazzo o da innamorato?

Non solo. Anche la fantasia è una “dote” necessaria per sopravvivere alle difficoltà quotidiane.

Nella tua speciale gallery, in cui illustri il tuo studio di registrazione rigorosamente casalingo, scorgiamo una chitarra acustica, una elettrica, un basso e una manciata di armoniche. Quali sono le principali difficoltà che si incontrano nella realizzazione di un ep home made?

Oggi i mezzi a disposizione per la registrazione casalinga e l’editing del suono sono favolosi rispetto al passato. Si hanno a disposizione effetti e contro effetti e puoi nascondere gli errorini e gli erroracci con un semplice copia, incolla, taglia e cuci delle tracce digitali… La cosa più difficile per me è programmare una batteria “credibile”. A parte la batteria, non aggiungo altri suoni virtuali. Il resto è tutto realmente suonato da me.

Nei tuoi progetti futuri c’è la realizzazione di un disco magari contando nel supporto di uno studio di registrazione?

Nell’immediato futuro intendo continuare a lavorare sulle mie canzoni e a pubblicarle in piena libertà, cercando di migliorare e divertirmi nel contempo. Purtroppo non ho molto tempo da dedicare alla musica e il mio agile ministudio portatile mi permette di lavorare nei ritagli di tempo. Realizzare un disco è certamente una meta affascinante.

Potremmo definirti, in tutto e per tutto, un cantautore fai da te. La nostra domanda di rito è sempre la stessa: con o senza mecenate?

Con senzamecenate.

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Recensioni

Ugo Moscato

Raccolta n° 1 

Imbattersi in un cantautore è quasi sempre una pratica dannatamente complessa. Ore ed ore di ascolti a ricercare influenze, parallelismi testuali, dipendenze ed indipendenze artistiche. Questa volta Ugo Moscato ci esonera da tutto ciò. Dopo essere stato frontman degli Apple Scruff decide di confezionare in solitaria un progetto musicale tutto suo. A cavallo tra l’ultimo dicembre e l’ultima primavera nasce “raccolta n.1”. Ad aprire l’ep è “Nella foresta di Sherwood”, un’armonica squillante ed equilibrata ed un Robin Hood distratto si alternano per tutto il brano suggerendoci un’atmosfera fiabesca con infiltrazioni di sana quotidianità. “Cinque minuti d’amore” è un concentrato emozionale di un incontro, di un ricordo. Tra l’apertura quasi chillout e la chiusura, con chitarra in dissolvenza,  intercorre troppo poco tempo e questo ci lascia qualche rammarico. “Le donne di Figueres” è il brano più rock del disco. Qui si esalta la voce “acrilica” di Ugo e tutto l’impatto comunicativo dei suoi testi. Si chiude con “ Non andartene mai più”, pezzo di punta della raccolta, un pezzo che è pura poesia, un pezzo che riassume e chiude con leggerezza l’ep. Raccolta n°1 è un progetto musicale costruito tra quattro mura domestiche, nei week end, nei momenti di silenzio esterno. Delle registrazioni più sofisticate avrebbero garantito un ascolto più critico e fedele ma forse la vera forza di questo disco è proprio la genuinità. Il risultato è molto positivo e ci fa ben sperare per il futuro, se queste sono le basi chissà cosa potrebbe aspettarci in cima…

Ascolta la raccolta: 

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