We’re all God’s people

di Chiara Maggio

Ain’t gonna play Sun City… Così canta la prima traccia di “Sun City – Artists United Against Apartheid”, LP nato nel 1985 a cui aderirono ben 42 artisti del panorama mondiale del calibro di Bob Dylan, Lou Reed, Bob Geldof, Ringo Starr, U2; è con questo progetto che viene espressa la ferma volontà di contrastare qualsiasi forma di discriminazione razziale e, in particolare, quella dell’Apartheid.

Andando indietro nel tempo e volando qualche parallelo più a sud, ci ritroveremmo in Sud Africa, durante il secondo dopoguerra, nel momento in cui inizia una politica di “separazione”, letteralmente Apartheid, e di segregazione razziale istituita dal governo di etnia bianca. Sentito come crimine internazionale, l’ONU lo insersce nei crimini contro l’umanità nel 1976 e, volendo dare un ancor più forte schiaffo morale, proibisce che il territori “contaminati” dall’Apartheid godano dei grandi artisti di fama mondiale.

Poi arriva il 1984 e accade la cosa che sconvolge l’opinione pubblica e musicale: ben dieci date dei Queen a Sun City, la capitale della discriminazione, il fulcro della diseguaglianza sociale, l’emblema della politica corrotta. Le critiche sulla dignità professionale dei “faraonici” Queen non tardano a piovere.

Imputati di aver alimentato il sentimento di separazione sociale tra bianchi e neri a Sun City, di non aver tenuto conto delle sanzioni internazionali, né tantomeno dell’orrido significato etico dell’Apartheid, palesano le più svariate giustificazioni, argomentazioni di sorta e le non-giusto-autentiche cause che li portarono a suonare in Sud Africa, noncuranti dei diversi e prevedibili colpi d’accusa che li avrebbero sicuramente sommersi.

Con una simpatica indifferenza senza eguali, il giocoso Freddie Mercury dichiara di aver voluto partecipare unicamente per divertirsi, cosa che avrebbe potuto non destare esagerato scalpore. E così fu, in effetti, Freddie si divertì da matti durante gli spettacoli dedicati all’elitario pubblico “caucasico”.

Facendosi portavoce della band, Brian Harold May, preferisce optare per una motivazione apparentemente o consciamente più nobile(?): il gesto di suonare in quei luoghi era stato compiuto per una giusta causa, per prendere consapevolezza dell’infelice situazione che affliggeva quelle tanto meravigliose località, dando spettacolo al fine di portare avanti delle idee anti-apartheid.

Che sia vero? Chi meglio di Jim Beach, manager della band avrebbe potuto dirlo?

Colpevole dell’efferato gesto, potente su qualsiasi tipo di questione politica o sociale, addirittura sovraordinato ad ogni genere di divieto mondiale, fu il denaro. Ebbene, per rallegrare gli animi e i corpi della popolazione di Sun City, i Queen vennero più che profumatamente retribuiti!

Comprensibile, sì, anche se non proprio fino in fondo; o forse comprensibile nello stesso modo in cui si presentano le loro scusanti.

Che sia stato un flop, o lo stato embrionale di un pregiudizio radicato è difficile affermarlo; di sicuro fu un pessimo autogol dinanzi all’immensità musicale della band.

E cantando “We’re all God’s people”, nel celebre “Innuendo”, facevano il grande passo falso di far amaramente sorridere il mondo politico, musicale ma ancor più quello umano.

E’ indubbio, tuttavia, che fu l’ennesimo grandioso gesto dei Queen.

Queen - Sun city

Queen – Sun city