Il lunapark degli orrori

di Chiara Maggio

Quali efferate azioni può portarci a compiere la sete di gloria e di vendetta? “Helter Skelter” è il tanto oscuro ed estremo gioco che ci ha fatto assistere, e ripensare, oggi, ai terribili delitti commessi dalla “Famiglia” nel  non troppo lontano 1969. Helter Skelter è infatti il messaggio pregno del suo confusionario significato che un gruppo ben composto, ma non troppo affiatato, di omicidi lasciano impresso sul bagno della villa di Roman Polanski, a Los Angeles al numero 10050 di Cielo Drive. Ma il noto regista, impegnato a Londra per le riprese di Rosemary’s Baby, fu l’unico ad essere risparmiato, per forza di cose, la notte del 10 agosto.

Il sangue con cui venne marcato il massaggio della “Famiglia” insieme con un altro, ritrovato sulla porta, che recitava “Pig”, apparteneva proprio alla moglie del noto regista, la modella Sharon Tate, allora incinta di otto mesi, che quella sera si intratteneva a casa insieme ad altre quattro persone: tutte uccise a coltellate con una foga e freddezza senza eguali.

Death to pigs” ed “Healter Skelter”, questa volta storpiato, furono invece segnati sulle pareti dell’abitazione di Leno LaBianca, un noto imprenditore, e la moglie Rosemary, entrambi uccisi in modo ancor più aberrante, con innumerevoli colpi di forchetta alla testa. Subito dopo toccò ad un insegnante di musica che ospitò per un periodo la Famiglia e di cui, in seguito, si volle liberare, ed infine, ad un membro della stessa “setta”, Donald Shea, meglio noto tra loro come “Shorty”, fatto a pezzi per aver commesso il “grave errore” di aver sposato una donna di colore.

La Famiglia raccoglieva un buon numero di membri, tra ragazzi e ragazze, tutti, o quasi, accomunati dal fatto di esser stati feriti dall’incomunicabilità di una società che si era premurata di riservar loro un’infanzia difficile e un’integrazione sociale quasi invivibile. Corpi e menti guidate da oscure speranze, consumandosi tra hashish e LSD, si riunivano attratti dal fascino del loro leader, un aspirante musicista con ben poca fortuna: Charles Manson.

Freddo e calcolatore, un abile persuasore, questo è certo: Manson non si sporcò mai le mani di sangue, fu solo il mandante dei tremendi delitti che macchiarono la California alla fine degli anni Sessanta. Un uomo dall’infanzia travagliata, ossessionato dal tanto agognato successo musicale che mai raggiunse, pur tentandoci diverse volte, un fallito assetato di successo e splendore i cui mezzi, però, non riuscirono a donargli. Manson fu l’emblema della debolezza umana trasformata in cruda follia omicida, crollato nel vortice disturbante di vendetta e malata rivendicazione (?), che inevitabilmente portò sé e i suoi seguaci a sfociare nel più disumano gesto, compiuto nel più perverso dei modi.

E l’unico risultato che potè venirne fuori, dunque, è uno scenario splatter su cui si esauriscono vittime di carnefici manipolati, perseguitati dal fantasma di uomo che non riuscì a far altro che renderle vittime a loro volta, raggiungendo quella così millantata gloria, che perse l’equilibrio sopra lo scivolo elicoidale di un caotico Lunapark di sangue.

Charles Manson

Charles Manson