Ciao, amore ciao

di Sara Marino Merlo

Montmartre. E la gente che sale gli scalini fino al Sacré Coeur, o che sorseggia un cinematografico caffè al Cafè des 2 Moulins, in rue Lepic. Un passato di vino, accordeòn e poesie. Un presente pullulante di gente in cerca dell’atmosfera bohemienne. A Montmartre c’è una piazza, ovviamente molto meno nota delle cupole bianche che sovrastano la collina, o della giostra coi cavalli di Amelie Poulain. Si tratta di una piazza dedicata ad una cantante, ad una donna e ad una voce. E ad una morte. E credo che nel ricordarlo, ci si ponga in un terreno ben lontano dal macabro. Semmai molto più vicino al “letterario”. Come lo sono certe vite, del resto: la loro storia non potrebbe sfuggire ad una fine coerente.

A Montmartre c’è una piazza dedicata a Dalida, donna dallo sguardo bello ed imperfetto, dalla vita malinconica. E dalla volontà ferrea di voler andar via. Di Dalida forse è più facile ricordare gli uomini, i matrimoni e poi l’amore per Luigi Tenco. Più oscura della morte, è la verità che fugge.

Il Festival di Sanremo aveva corteggiato per anni quella donna che scalza danzava il sirtaki della Danse de Zorba: stella del cinema prima, cantante di fama internazionale dopo, Sanremo lo avrebbe vissuto solo con il suo Tenco, duettando sulle note di Ciao, amore ciao. Una storia destinata a seguire il destino di una canzone. Colpita dalla bellezza del brano, pare sia stata la stessa Dalida a convincere il cantautore piemontese a partecipare alla prestigiosa manifestazione canora. Addirittura, gli organizzatori, che l’avevano esclusa in prima battuta, la fecero poi partecipare al Festival perché la cantante francese minacciava di non prendervi più parte. Furono giorni d’agitazione e paure. E di rabbia, quando i giornalisti fecero notare a Luigi Tenco che quel brano apparteneva, in realtà, molto più alla sua amante che alla sua penna ed alla sua voce. Come finì è tragicamente noto: Ciao, amore ciao viene esclusa dalla competizione canora. Tenco si trova nella camera 219, nella dépendance dell’Hotel Savoy, l’ultima stanza dell’edificio, la più lontana dalla hall. Immagina una combine dietro la sua sconfitta. Dalida entrerà da lì a poco, solo per vederlo riverso a terra, per imbrattarsi di sangue il vestito e correre via. La sua voce avrà la forza, nell’imminenza, di urlare “assassini” e di chiedere l’interruzione del festival, mai ottenuta.

Dalida porta via con se da Sanremo un “eccesso di lucidità” che, giunta a Parigi, la porta ad allestire la propria uscita di scena. E’ solo il primo di tre “progetti”, arrestatosi alla fase del tentativo. A Dalida accadde quello che un suicida fortemente lucido non vorrebbe mai gli capitasse, vale a dire essere riportato alla vita quando le fatiche della programmata dipartita sembravano essere giunte a buon fine… Ci riprova dieci anni dopo, e poi ancora nei dieci seguenti. In questi spazi di tempo, cresce la sua popolarità, al pari del suo essere profondamente infelice. Alterna giorni di solitudine e malinconia, ai sorrisi per il ritiro di un riconoscimento, al ricordo del suo tragico Sanremo. In uno di questi intervalli di vita, riscopre anche le irrazionalità spinte delle passioni giovanili. Incontra un ragazzo di 22 anni e ne innamora come se a battere fosse il ritmo di un’adolescenza che non contempla conseguenze e scandali. Fortunatamente la musica non deve rispondere ai parametri del moralismo ed alle questioni d’opportunità: “Il venait d’avoire 18 ans” diverrà uno dei suoi brani più conosciuti ed apprezzati.

Fa ritorno a Parigi con lo scroscio degli applausi raccolti per il mondo e l’incapacità di vivere ancora. Agguantata dalla propria fragilità, ritrova la determinatezza delle azioni usuali nel progettare il terzo suicidio. L’ultimo. A Montmartre ingerisce un cocktail di barbiturici e si abbandona ad un sonno senza scampo.

Secondo Le monde, uno di quegli esseri fragili nati per lo show business marchiati fino alla morte dalla solitudine.

Pardonnez-moi. La vie m’est insupportable.

Dalida e Luigi Tenco

Dalida e Luigi Tenco