Chelsea Hotel

di Sara Marino Merlo

Immaginate di essere a New York. Immaginate d’imboccare la ventitreesima strada, fino ad un palazzo alto dalla facciata rossiccia e retrò: è un hotel. Gli hotel sono per tradizione crocevia di storie, contenitori di vite di passaggio. Star seduti nella hall equivale a passare velocemente in rassegna buona parte del genere umano. Luogo simbolo della rivoluzione artistico-culturale degli anni ’60-’70, il Chelsea Hotel di storie ne ha raccolte una serie indefinita, le ha assorbite tra i mattoni delle proprie mura, in modo tale che a distanza di tempo, dalle pareti continuasse a traspirare aria d’altri tempi.

Al Chelsea Hotel Bob Dylan scrisse “Sad Eyed Lady of the Lawland”; Il Chelsea Hotel Dylan lo canta in “Sara”; ed ancora, al Chelsea Hotel ruba una storia ed il nome del suo protagonista, Dylan Thomas, morto all’interno della stanza 205 per un record di 18 whiskey.

Al Chelsea Hotel si sono consumati amori leggendari quanto tragici. Gli artisti spesso cercano rifugi, o forse palliativi alla solitudine, non riuscendo a liberarsi di quella disperazione che non si trasforma in arte, come se fosse un sovraccarico che deve riversarsi in qualche eccesso. Tra le lenzuola della stanza n. 100 Sid Vicious aveva portato la groupie incontrata per caso e divenuta compagna di vita, Nancy Spungen. Nella stanza n. 100 sarebbe finito quell’amore, consumato tra le ‘piste’ di Sid e le coltellate inferte al corpo di Nancy. Oggi la stanza n. 100 non esiste più, sottratta ad un triste destino di mausoleo del punk: continua a resistere però il mistero di una morte e di un amore che Sid portò via con l’ultima overdose, quella fatale. Il Chelsea Hotel contribuì a far esplodere la rivoluzione beat: Jack Kerouac iniziò in quel luogo il viaggio che generazioni avrebbero percorso ‘On the road’. Insieme a William Burroughs, sulla ventitreesima incontrava Herbert Hunke. Quell’Herbert Hunke, ladro e tossico, che aveva ispirato “L’Urlo” di Ginsberg. Si dice che alla vista di Burroughs, che amava abbigliarsi in modo raffinato, inusuale per gli eroi della beat generation, Hunke fosse solito fuggir via, seriamente convinto che fosse un poliziotto e che prima o poi avrebbe tirato fuori dai pantaloni le manette per sbatterlo in galera.

Originariamente pensato come costruzione borghese, il Chelsea divenne santuario della bohéme newyorkese e non solo. Soffermarsi su una delle storie cui ha fatto da scenario, è fin troppo arduo, per i nomi dei protagonisti, e per l’atmosfera di tempo e spazio. Gratefull Dead, Edith Piaf, Patti Smith, Charles Bukowski, Mark Twain, Iggy Pop, Tennessee Williams, Jimmy Hendrix, Stanley Kubric, Edgar Lee Masters, Andy Warrol… Hanno tutti varcato la soglia di quel portone sulla ventitreesima.

L’immortalità delle leggende, dei “fantasmi” di chi ha vissuto nell’incanto duale di “genio e sregolatezza”, si direbbe debba preservare un luogo quasi “sacro”. Ed invece, le ultime notizie dal Chelsea Hotel, riguardano l’affissione del cartello “Sale”.

Sembra quasi abbiano preso forma gli ultimi versi di “Chelsea Hotel n.2”, canzone non tra le più famose di Leonard Cohen ispirata dalla sua fugace storia d’amore con la leggenda di quegli anni, Janis Joplin. Il testo è forse più noto per quel “Giving an head” ricevuto dalla cantante, ma sono i versi finali che sembrano evocare la “fine” del Chelsea, nonostante la sua ineguagliabile storia: “I remember you well in the Chelsea Hotel / That’s all, I don’t even think of you that often”. In fondo, non ti penso tanto spesso.

Chelsea hotel a New York

Chelsea hotel a New York