Almost Famous

di Sara Marino Merlo

Capita, a volte, che una storia diventi nota grazie ad i suoi corollari. C’è un universo di vita ai margini di ciò che è meglio noto che spesso viene utilizzata per farne vessillo d’originalità, o per farla ricadere nell’indefinito limbo pseudo alternativo, nel radical chic ostentato. La verità è che ci sono storie che meritano di essere raccontate, senza che si vada alla ricerca di fini ulteriori rispetto a quelli dello stesso narrare.

In questa storia dobbiamo spostarci ai margini dell’universo musicale degli anni ’70, ignorare i grandi nomi, al limite attribuire loro semplici comparsate o ruoli scenografici. Questa storia la fanno le meteore, quelli che passano velocemente, ed al passaggio lasciano entusiasmo e meraviglia. Poi si spengono. Questa storia la fanno i personaggi senza nomi autentici, solo d’arte. Di questa storia non bisogna pesare nomi e successo. E’ un “Almost famous tour”, su un pullman malandato pieno di chitarre o dentro le stanze disordinate degli hotel.

E’ la breve storia degli “Stillwater”, tutt’altro che acque chete. Piuttosto, una band americana che della musica amava tutto ed alla musica chiedeva tutto. Il rock era quello che avevano ereditato dalle leggende degli anni ’60, erano gli echi di Woodstock. Ma c’era qualcosa che cambiava.

La storia degli Stillwater e della musica rock nel 1973 è stata magistralmente narrata da Cameron Crowe nel film “Almost famous”. Il regista, con una consistente quantità di elementi autobiografici, guarda la spettacolarità e l’eclissarsi del rock classico con gli occhi di un fan, di un giornalista e di un ragazzo. In realtà sempre gli stessi grandi occhi azzurri di William, free lancer appassionato di musica, fan che assicura alla band, conosciuta come gruppo d’apertura dei Black Sabbath, la copertina del “Rolling Stones”. S’intenda, riuscendoci. Del resto, non poteva esserci penna migliore per descrivere l’atmosfera dei palcoscenici ed i deliri della folla per un assolo di chitarra di chi aveva ricevuto in eredità la rivoluzione degli anni ’60 ascoltando Tommy dei The Who con una candela accesa. Il film di Crowe racconta del volto umano di un mondo “divino”, la normalità insopportabile di vite abituate ad evadere tra i corridoi della Riot House, sopranome dello Hyatt Hotel di Hollywood, sulla Sunset boulevard, famoso per le numerose frequentazioni rock di quegli anni. Gli Stillwater potrebbero chiamarsi anche in modo diverso, a dir la verità: Humble Pie, ad esempio, o una qualsiasi altra band con cui ci si scambiava birra e groupies. In sostanza, la storia non cambierebbe.

Al di là dell’adrenalina da pubblico, del sesso o dell’amore incerto e delle visioni lisergiche, il fango di Woodstock si è ormai seccato. Gli Stillwater, come molti, si piegano all’esigenza delle industrie musicali, imboccando l’inizio di una parabola discendente. La loro storia tuttavia contiene qualcosa che assomiglia molto ad una sensazione piacevole, di quelle nostalgiche ed “intorpidite”. E’ quello che lascia una scena del film di Crowe. Una lite si risolve, ingenuamente, cantando. Ed allora non c’è mercato, rivalità o manager che tenga. Sulle note di Tiny dancer si prosegue verso quello che si vuole dalla musica e con la musica: tutto. Allora, non si è di certo marginali e la storia, nonostante il difetto di notorietà, si deve raccontare.

Stillwater

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