Michele Sciuti

Michele Sciuti nasce a Messina nel dicembre del 1974 e in quella città vive e lavora fino al 2009 quando, lasciato il suo lavoro di impiegato, si trasferisce a Torino. All’ombra della Mole, in seguito ad una serie di circostanze dettate dal caso (o dal destino?), incontra persone che finalmente si interessano a ciò che tacitamente ha sempre fatto e amato sin da bambino: l’arte di scrivere. Ricevuti molti consensi decide finalmente di rendere pubbliche le sue fatiche di, come ama descriversi, “aspirante scrittore”. Lo fa pubblicando il suo libro d’esordio: “Nè di qua, nè di là”.

Esordire parlando della tua passione principale sarebbe scontato, quindi ti chiedo: “Quali altre passioni possiedono Michele Sciuti? E come queste influenzano la sua prosa e la sua poesia?

Difficile stabilire se sono le mie passioni a possedere me o io a tentar di possedere loro. Direi che oltre la letteratura amo il teatro, il cinema e l’arte in generale. Amo anche lo sport che ho praticato e pratico da sempre. Posso dire che tutte queste passioni hanno in qualche modo influenzato le mie opere ma in maniera sempre discreta, senza mai imporsi. È comunque fuor di dubbio che sia necessaria un’ispirazione a far partorire un pensiero. A tal riguardo posso dire di aver sempre distinto gli scrittori in due diverse categorie: gli “introversi” e gli “estroversi”. In poche parole la differenza sta, appunto, nella fonte della propria ispirazione. I primi la cercano tramite un processo di isolamento nel quale evitano ogni distrazione creando così una sorta di “bolla” intorno a sè dal cui interno possano dar forma, senza ingerenze esterne, al loro pensiero. I secondi hanno invece bisogno costante di stimoli esterni, di ritrovarsi in una specie di permanente euforia intellettuale così che possano carpire ovunque intorno a loro elementi utili allo sviluppo della propria inventiva. Allora eccoli frequentare teatri, cinema e musei. I tipi come questi ultimi, dei quali anche io faccio parte, non sempre hanno gioco facile poichè, sempre più frequentemente, a mancare nelle nostre città sono proprio i “movimenti” dedicati alla cultura e all’intelletto piuttosto che quelli meramente ludici ed evasivi.

Il tuo amore per la scrittura è legato a qualche particolare episodio della tua vita?

No, almeno non in particolare. Diciamo piuttosto che ho cominciato a scrivere da bambino per una sorta di inespressa necessità interiore. Semplicemente amavo, allora come adesso, la parola nel senso più puro: scevra e potente. Ero rapito dalla capacità dei suoni e dei tratti d’inchiostro sulla carta di trasformarsi in forme e descrivere persone, cose e avvenimenti. Così mi accorgevo che, come per magia, leggere ad esempio la parola “gatto” faceva sì che quelle linee sul foglio disegnassero una coda, quattro zampe e descrivessero quindi non un gatto qualunque ma il “mio” gatto, quello che conservavo nei miei pensieri in quel preciso istante. Il mio rapporto con le parole si è strutturato poi secondo i più classici rapporti di amore e odio alternando periodi di assoluta repulsione ad altri di vera e propria venerazione. L’esercizio della scrittura e la vocazione al narrare quindi mi son serviti a rivedere la realtà e farla mia attraverso il domare le parole poichè, per loro stessa natura, esse sono a mio parere, capziose, sguscianti e beffarde.

Quali libri ti hanno spinto e convinto a passare dalla parte di lettore a quella di scrittore?

Da giovane fu Shakespeare ad incantarmi e ad insegnarmi che anche l’avvenimento più banale, il più miserevole può diventare incantevole se raccontato nel modo giusto. Il “bardo” mi ha formato come lettore ma se c’è un autore e un libro che mi hanno “imposto” di dedicarmi al lavoro di raccontare storie, quelli sono sicuramente il maestro José Saramago e la sua opera più bella: “Cecità”, la quale ha risvegliato in me l’amore per le parole e la voglia di ridisegnare il mondo tramite esse.

Ti dividi equamente tra prosa e poesia o hai una tua “preferita”?

Senza dubbio preferisco la prosa e la ritengo più adatta al mio modo di scrivere. Ciò non toglie che alcuni sentimenti, alcuni moti interiori, non possono che essere poesia. Ricordo che durante la mia permanenza a Torino, durante un’intervista ad una radio, paragonai il poeta al pittore e lo scrittore di narrativa all’architetto. Dove il primo deve essere libero di esprimersi esclusivamente secondo la propria ispirazione, il secondo necessità di un certosino lavoro di strutturazione, un’attenta operazione di “montaggio” delle parole utili a raccontare i propri pensieri.

“La vera arte è espressa da uno stato di disagio, qualunque esso sia.” (Renato De Vallier). Il tuo libro d’esordio “Nè di qua, nè di la” (Carta e Penna, 2010) ne è una prova?

“Nè di qua, ne di là” è fuor di dubbio figlio di un profondo travaglio interiore. È stato concepito durante un periodo florido di contraddizioni e, come suggerisce il titolo, di assoluta incapacità (o impossibilità) di potersi “collocare”. Ritengo questa inabilità sintomatica della condizione di tutta la mia generazione (e non solo della mia) i cui figli spesso son costretti ad essere inermi spettatori delle proprie vite, condannati all’abiezione. In un certo qual modo, e lo dico da “disagiato cronico”, sento di dover contestare la frase di De Vallier. L’arte esprime movimento, non nel senso letterale ma piuttosto di interazione con ciò che ci circonda quindi nasce dal disagio ma anche dall’armonia, dalla contemplazione del bello. L’arte è rappresentazione istintiva della vita nella sua interezza. Credo che l’unico nemico della vita e quindi dell’arte sia l’apatia.

“Come si può esser così ostinati di fronte ad una palese mancanza di talento?” (La Rapina – Nè di qua nè di là). Può l’ostinazione, secondo te, sopperire alla mancanza di talento?

No. Perchè due sole righe scritte da una persona di talento valgono più di un libro intero scritto da chi non ne ha. Ci vuole una scintilla, un qualcosa che scuota le parole, che le sciolga e le ricomponga. Che, in definitiva, dia loro vita.

A proposito del buon Frankie (protagonista del racconto appena citato), possiamo scorgere dei tratti, a te, affini?

Diciamo che rappresenta il mio modo di vedere il mondo e la mia antica convinzione che tutto sia già scritto. Non sono uno di quelli che crede che “volere è potere”. Direi piuttosto che ognuno di noi è destinato a qualcosa e lì arriverà per quanto possa convincersi di tenere strette le redini della propria vita e poter influire con le proprie scelte su di essa. Frankie racconta esattamente il contrario: nonostante i suoi sforzi di ribellione al destino finisce, ineluttabilmente, per trovarsi vittima del disegno che quello ha predisposto per lui.

Più in generale, quanto di autobiografico c’è nei tuoi racconti?

La gran parte, e non potrebbe essere diversamente. Credo che ogni cosa di noi racconti la nostra persona, inevitabilmente. Così succede che uno sguardo tradisca un pensiero, il passo più spedito racconti un’ansia. Diciamo che siamo libri in fase perenne di scrittura e per quanto ci si possa distaccare da ciò che si scrive, si finisce sempre e comunque a metterci dentro un pezzo di sè.

Una curiosità: è stato difficile trovare un editore?

Devo dire di essere stato fortunato poichè ho trovato, in quel di Torino, un ambiente molto ricettivo composto da persone attente e disponibili. Frequentavo il “Circolo dei lettori”, un luogo di culto per chi ama i libri nel capoluogo piemontese. Lì, fra le varie attività, c’è quella dei “gruppi di lettura” dove persone si incontrano e leggono i propri scritti. Durante uno di questi incontri lessi una mia poesia che piacque molto, fui successivamente presentato al mio editore che decise di pubblicarmi. Diciamo che, ancora una volta, il destino ha deciso per me.

Credi che l’auto pubblicazione sia una valida alternativa alle case editrici?

Direi che l’ostinazione e la pretesa che hanno in molti di veder pubblicare la loro “opera prima” dai colossi della grande distribuzione spesso è frutto di presunzione dettata da un ego ipertrofico. Con questo non dico che uno sconosciuto non possa essere apprezzato dalle masse, piuttosto affermerei che sempre più spesso sono proprio i grandi editori a non interessarsi alla bontà dei propri scrittori. La letteratura ormai è mercato, niente di più. Si cercano i prodotti più facilmente digeribili, magari da leggere in fretta per passare prima possibile al prossimo. Si vincolano gli scrittori a scrivere secondo i ritmi e ai dettami della domanda e dell’offerta ed in questo naufragio collettivo la fanno da padrone sedicenti “agenti letterari” che sembrano più lenoni che cacciatori di talenti. In definitiva, la letteratura dei grandi numeri sempre meno somiglia a quella dei grandi scrittori del passato dove il libro era veicolo principe di diffusione del pensiero. Auto pubblicarsi risolve, in qualche misura, il problema. O meglio, dà l’opportunità di esprimersi liberi dai vincoli imposti dal mercato. Ciò è l’unico modo per comprendere davvero se si è capaci poichè nessuna campagna pubblicitaria sta lì a convincere nessuno a leggerti se non la tua abilità. È giusto “pagare” per farsi pubblicare? In questa “nuova” letteratura fatta di profitto, direi di sì. Lo è. Lo è perchè un editore va incontro comunque a degli investimenti e spesso, pubblicando uno sconosciuto per quanto bravo questo sia, non riesce a rientrare con le spese. Nondimeno sono molte le case editrici che seppur “con contributo” pubblicano libri ben curati e seguono lo scrittore durante la genesi del libro dando, spesso, una mano anche nella promozione e nella diffusione.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Decisamente senza. La letteratura e l’arte in generale devono avere la forza di stare in piedi da sole. I propri pensieri non sono merce di scambio e non necessitano di “buone parole” o “raccomandazioni”. Devono poter parlare con la propria voce.