Basilio Petruzza

Al bando le domande inflazionate. Non vogliamo conoscere i motivi che ti hanno spinto a scrivere il tuo primo romanzo, né scoprire quando e come la tua ispirazione ti ha posseduto in toto. La prima domanda deriva da una tua frase, pronunciata alla tua prima presentazione di Frantumi, “ho scritto un libro perché certe cose non si possono raccontare alla gente”. Per quali pensieri hai sentito la necessità di rimanere in silenzio e mettere tutto per iscritto?

Certe cose non possono essere capite, o perlomeno non capite del tutto. E ci sono dei momenti in cui vuoi essere libero, senza doverti spiegare. Quando il male che ti circonda è tangibile, visibile e chiaro agli occhi di tutti, allora la gente fa a gara per consolarti, per aiutarti, per starti vicina. Quando stai male ed è un dolore del tutto interiore, magari celato da un sorriso che solo pochi sanno quanto sia finto, allora l’aiuto della gente diventa inconsistente e a tratti fastidioso. Ho scritto un libro e ho scoperto che effettivamente c’era qualcosa che non andava. Spesso non è tanto superarlo, un problema, quanto piuttosto capire che effettivamente c’è. Dunque non c’era un solo pensiero a farmi sentire inadeguato, tutto non andava. E così ho scritto. Non subito un romanzo, però. Prima un diario, poi, senza pensarci troppo, è venuta fuori questa trama e questi personaggi. Sono venuti fuori tanti sbagli, i loro sbagli.

I protagonisti del tuo romanzo sono Laura e Simone, personalità complesse ma speculari. A cosa è dovuta la scelta di queste due figure a tratti problematiche e malinconiche?

Questi due personaggi nascono dalla necessità di rappresentare due persone completamente diverse, ma complementari. Sono poco per stare da soli, ma decisamente troppo per stare insieme. Un po’ come voler versare un litro d’acqua in una tazzina da caffè, è inevitabile che si rovesci. Li ho fortemente voluti così, così diversi, così incapaci a farsi del bene e, soprattutto, a capire quale sia quel bene che per tutto il romanzo cercheranno. Laura e Simone sono un emblema, sono un “libretto delle istruzioni”, rappresentano tutto quello che io voglio evitare.

Sono personaggi nati esclusivamente dalla tua fantasia?

Sì, sono personaggi di fantasia. La loro storia è fantasia. Non lo è, però, il loro modo di fare, non lo è la loro personalità, le loro paure, le loro ansie. Quando ho finito di scrivere “Frantumi”, ho capito che infondo questi due personaggi ero io. Sono io. Io credo che ogni essere umano non sia una cosa sola. Siamo tante cose, siamo tanti giorni, tante esperienze (e non-esperienze), siamo tante persone che abbiamo incontrato. Siamo delle spugne, assorbiamo tutto, o quasi. Quindi ho voluto dare a loro due tante cose che mi appartengono, a volte enfatizzando un po’ alcuni aspetti, a volte limandone altri, ma sono io. Per questo ho più volte definito “Frantumi” come la mia carta d’identità a vent’anni.

Uno dei temi ricorrenti all’interno del romanzo è il rapporto, spesso burrascoso, tra genitori e figli. Credi alla base di tutto ci sia solo incomunicabilità?

Alla base di tutto c’è l’idea che un genitore e un figlio non possano capirsi. E spesso è così. Ma spesso è soltanto una scusa per non ammettere che un figlio, per quanto possa appartenere ad un genitore, è una vita a parte. I figli devono sbagliare, devono farsi male da soli, devono pentirsi. E i genitori devono lasciarli liberi di fare qualche cazzata. Io sono fortunato, ho due genitori che mi hanno insegnato ad essere libero e, a volte, con tanta paura, mi hanno lasciato provare. “Frantumi” è una prova. Forse riuscita, forse no, ma ho avuto la possibilità di farlo. Nel caso di Laura e sua madre, invece, è diverso: la figlia la usa come capro espiatorio per non doversi mai accusare di essere l’artefice dei propri fallimenti; la madre, a sua volta, vorrebbe darle il meglio, incurante del fatto che, così facendo, possa prendersi troppo spazio, abusarne e farsi odiare.

Come abbiamo già precedente sottolineato, la scrittura rappresenta per te quasi una terapia, una valvola di sfogo. I conflitti interni sono una forza creativa?

Si, assolutamente. Te ne accorgi quando inizi a creare e tutto parte da quei conflitti che prima facevano solo rumore. Poi, da quel rumore, inizi a togliere ciò che è di troppo. E pian piano resta solo ciò che serve. È questa la fase della creazione. Creare, secondo me, vuol dire chiarirsi, fare pace, rimettere al proprio posto ogni cosa. “Frantumi” è stata la mia terapia. Comunque vadano le cose, io devo tanto a questo romanzo, al periodo in cui l’ho scritto. È cambiato tutto, io sono cresciuto, ho imparato tante cose. E ora sono tranquillo, a volte anche felice.

La casa editrice “Albatros” ha creduto in te ed ha sposato la tua opera. Quali consigli daresti ad un giovane scrittore che vuole emergere e mettersi in mostra?

Di scrivere, di scrivere sempre e comunque. Di non essere cinico, di non pensare al guadagno, al successo o a quante copie venderà. Se scrivere lo rende felice, è fatta. Non ha bisogno di altro. Deve continuare e crederci, a far conoscere quello che fa per il gusto di condividere qualcosa, per la voglia di raccontarsi. Gli consiglierei, soprattutto, di chiedersi se scrivere è per lui un’esigenza: se lo è, non importa nient’altro, non importa cosa pensa la gente, i genitori, gli amici, gli insegnanti. È fatta.

“Frantumi” non è solo un romanzo, ma è anche il titolo del tuo primo singolo che presto verrà inciso, grazie anche all’impegno e al supporto di Maria Sole Caldiero (voce), William Manera (tastiere e campionamenti) e Alessandro Barbaro (sax). Volevo chiederti se hai già, dal punto di vista musicale, altri progetti in cantiere.

“Frantumi” è il primo singolo di Maria Sole. Ci tengo a sottolineare quanto sia straordinaria, intensa e di talento, merita molto. Dopo l’estate incideremo “Frantumi” e non solo: abbiamo intenzione di lavorare al suo primo album (o ep, vedremo) e in questi giorni stiamo scegliendo, tra alcuni testi scritti da me, quale mettere in musica e rendere effettivamente un brano. Inoltre io e lei abbiamo scritto insieme un pezzo, ma questa è un’altra storia… Spero avremo modo di riparlarne, ancora è troppo presto. Una cosa è certa: vogliamo farcela. Con William scriveremo ancora insieme, lui è un grandissimo artista e per me è un onore lavorare insieme. E anche con Alessandro, che ha impreziosito il tutto con il suo sax, e lo farà ancora. Chissà, magari la prossima intervista sarà a Maria Sole e lei parlerà del suo cd e di questa collaborazione che va avanti… sarebbe un sogno.

Domanda di rito: con o senza mecenate?

Io sono il mio mecenate. Troppo presuntuosa come risposta?

Grazie Basilio e buona fortuna.

“Scrivo di te, ma le parole fanno solo rumore. Ora sono ancora in frantumi. Ora esco e vado a vivere.”