William Manera

Quali sono le principali motivazioni che ti hanno spinto a scegliere Bologna come luogo della tua formazione artistica?

Sono arrivato a Bologna nel 2001. Bologna è sempre stata culla di un certo tipo di cantautorato dai contenuti stilistici senza eguali e mi ha da sempre affascinato: da Guccini a Bersani, passando per Lolli e Dalla. Da un aneddoto su quest’ultimo artista ho ritenuto di aver fatto la scelta giusta: l’ho incontrato per la prima volta proprio dietro Piazza Maggiore, nei pressi di casa sua, era autunno, indossava un pellicciotto leopardato, a petto nudo e con una catena d’oro al collo. Un paio di sandali ai piedi e dei pantaloni di lino larghi. Quella visione era l’esempio vivente della libertà dell’essere, dell’io. E’ stato lì che mi son detto: “Ok William, sei nel posto giusto”.

Cosa vuol dire per un siciliano percorrere la strada del cantautorato?

E’ difficilissimo oggi vivere di solo cantautorato anche se è un ramo della musica in forte espansione, emerge solo il 2% e del sommerso riescono a vivere bene non più del 10% degli artisti. Il sommerso talvolta riscontra abbandoni, talvolta sopravvive solo grazie ad altri introiti ma sono pochi quelli che hanno possibilità di auto-sostentarsi.
In Sicilia probabilmente il problema è ancora più in evidenza, mancano i canali di riferimento e le opportunità. Probabilmente anche le strutture tecniche che girano attorno alla valorizzazione artistica di un cantautore e, con questi presupposti, si riesce a malapena a farsi conoscere.
E’ evidente come il valore di un artista aumenti solo nel momento in cui lo stesso riesce ad esibirsi al di fuori dell’isola, organizzando spostamenti tra mille difficoltà. Anche per questo credo che realtà come Colapesce, Carnesi o il vicino Brunori siano degli esempi da apprezzare, perché nel loro emergere hanno faticato il doppio di chi i canali li ha a portata di mano.

Quali sono i dischi e gli artisti che hanno influenzato la tua crescita musicale?

Io sono un po’ atipico. Ascolto davvero poca altra musica. Che sia giusto o sia sbagliato, non lo so e non importa. Conosco le storie e la quotidianità del contemporaneo, questo sì, ma voglio essere autonomo ed indipendente. Ho però ascoltato molto in passato. Vengo da una cultura musicale anni 60, Modugno su tutti. Poi i classici italiani. Scrivevo (e scriverò?) canzoni d’amore, malinconiche, di impatto, di musica leggera. Poi sono stato stregato dal modo di suonare il piano di Jerry Lee Lewis. Tutto è cambiato da lì. E mischiando un po’ il blues con lo swing, passando da Johnny Cash a Renato Carosone, ho iniziato a scrivere in maniera un po’ più ironica ed aggressiva. Hanno detto che la mia musica somiglia a quella di Stefano Rosso e di Enzo Jannacci. Ne ho sentite anche altre, però, di questi due mi fido.

Il tuo album d’esordio uscito nel 2012 porta il nome “ I miei Omaggi”, possiamo chiederti perché?

“I Miei Omaggi” si chiama così principalmente per due motivi. Il primo certamente deriva dal fatto che negli ultimi due anni prima dell’uscita del disco usavo molto questa locuzione come un intercalare alla fine di una conversazione. Non so neanche da dove m’è uscito. Era però un modo per ricordare la mia sicilianità a chi veniva a contatto con me, in maniera rispettosa. Ti porgo i miei omaggi perché ti rispetto, ecco. Un po’ adesso mi è passata. Ma chi mi incontra e mi conosce mi saluta dicendo “i miei omaggi”. Sono piccole cose che mi fanno piacere e mi fanno stare bene. Il secondo motivo, quello che poi mi ha portato alla decisione di titolare il mio primo album così, è che lo stesso è un contenitore di omaggi. C’è l’omaggio a Bologna con la traccia 1, l’omaggio al mio naso con la traccia 2, l’omaggio a Borsellino con la traccia 6, l’omaggio alla mia città natale (S. Agata Militello) con la traccia 8 e l’omaggio a Vincenzo Consolo con la traccia 9. Non ci avrei visto un altro titolo anche se ho cercato per scrupolo delle alternative. Bocciate tutte sul nascere. E spero di aver fatto bene.

Se potessi riempire “Questo Silenzio” quali parole ti piacerebbe lasciare impresse?

Nessuna. O forse tutte le parole di questo mondo. Che poi se ci fai caso è la stessa cosa.
Alla fine rimarrà il nulla ma anche il tutto.

Sappiamo che sei stato, anche, impegnato nel musicare corti cinematografici. E’ stato più difficile far ciò o scrivere le tue canzoni?

Le difficoltà nel musicare delle immagini derivano quasi tutte dal fatto che devi consegnare il lavoro in pochissimi giorni perché il più delle volte il corto è già pronto per l’uso –colonna sonora esclusa-  e bisogna fare in fretta. Vorrei un giorno musicare un film o scrivere un musical, sarebbe più coinvolgente. Comunque con i corti ho lavorato poco. Qualche piccolo contributo. Ma snervante e ad oggi poco produttivo.
Paradossalmente ci metto meno tempo a scrivere una canzone. Ma è tutto merito della scintilla del momento. Lì nessuno commissiona niente. Sei tu con il tuo foglio in mano e, se ti va bene, anche con uno strumento. “Il mio naso”, ad esempio, l’ho scritta sul retro di uno scontrino in un autobus di linea a Bologna. Scrivere una canzone è un fiume in piena. Un vortice inarrestabile, guai a fermarsi e a non sfruttare il momento della creazione. E’ come se stessi facendo l’amore. Non puoi alzarti, stendere i panni e finire dopo.

Quale è stato il più bel complimento e la critica più costruttiva mai ricevuta?

Ho il pregio/difetto di coccolarmi le cose belle e di dimenticarmi delle cose brutte. Quindi non sarò probabilmente esaustivo nel rispondere a questa domanda. Ricordo bellissimi complimenti e critiche costruttive che ho apprezzato e che riconosco anch’io in primis. Il più bel complimento e la critica più costruttiva si trovano in due differenti recensioni web del mio album. Se siete abbastanza curiosi le individuate di certo!

Domanda di rito: con o senzamecenate?

Non importa. Adesso non ce l’ho ma non importa se un domani dovessi averne uno. L’importante è che nessuno mi imponga mai cosa scrivere e come scrivere. Cosa indossare e come essere. Consigli sì ma nessuna imposizione. E’ l’unico modo per restare se stessi e non essere burattini al servizio dei media e della tendenza. Finora ho fatto tutto da solo con il supporto dei miei affetti, della mia band e del mio produttore: mecenati, loro sì. Mecenati nell’anima.

Grazie William e buona fortuna!