Viva Lion!

Daniele Cardinale, della tua storia è possibile leggere sul web, noi vogliamo chiederti: perché il Canada come punto di partenza?

Il Canada è stato un nuovo inizio, più che un punto di partenza. I mesi vissuti a Toronto mi hanno riconciliato con il mondo e riavvicinato a un certo modo di fare musica, libero da schemi e fondato sulla condivisione.

Leggiamo dalla tua biografia che hai fatto spola tra Roma, Toronto e Los Angeles. Che cosa hai assorbito da ciascuna esperienza e quali le difficoltà?

Principalmente una grande libertà. Le difficoltà arrivano con il tempo, quando l’euforia iniziale lascia il posto alla quotidianità, tutta da costruire in un posto che non è il tuo. A Los Angeles però vado sempre per brevi periodi, mi è familiare ma non ho mai dovuto vivere questo passaggio.

VIVA LION! non è soltanto il tuo nome d’arte ma un messaggio di positività e determinazione. È l’approccio con cui hai affrontato le sfide incontrate lungo il tuo cammino. Raccontaci, se ti va, la sfida più importante che hai dovuto affrontare…

La sfida più affascinante fino ad ora è stato il Canada, lasciare tutto e ricominciare altrove, anche se per varie ragioni son dovuto tornare presto. Ma ci sono sfide più difficili, molto intime, che prima o poi si presentano e stravolgono i nostri piani.

The Green Dot Ep è il tuo debut album. Come mai hai scelto di farne un collettivo?

È stato un processo spontaneo. Durante la registrazione ho coinvolto amici musicisti e poi fotografi e grafici, tutti entusiasti di far parte del progetto. Sarà così anche per il full album.

I brani del tuo Ep hanno dei suoni distensivi, molto folk, così tanto che, le percussioni sono arrangiate con mani e piedi, buste e oggetti trovati in studio (così come dichiarato in una tua intervista). Quanto conta la sperimentazione del suono per te?

Più che di sperimentazione parlerei di totale libertà. L’approccio alle canzoni e alla registrazione guarda molto indietro, partendo da una chitarra acustica e da suoni il più “umani” e analogici possibile.

The Thrill è l’unico brano in cui sei solo. Il testo è molto forte, intimo e delicato.  Suggerisce un momento difficile della tua vita. È così?

Sono momenti difficili che si ripetono. La canzone racconta la sensazione di sconforto e smarrimento che necessariamente attraversiamo quando investiamo in qualcosa di veramente importante.

Quali le influenze che hanno segnato il tuo percorso e gli artisti internazionali che stimi?

Ascolto tantissima musica diversa da quella che suono: tanto rock, punk, hardcore. Ma nel genere, cito spesso Neil Young e City And Colour, non a caso canadesi. In generale c’è tanta ottima musica.

Canti in inglese e hai vissuto in Canada. Sul campo della cultura musicale, che differenze riscontri con l’Italia?

In Italia non c’è molto spazio a livello mainstream per il rock. Ora c’è il rap insieme al pop. In Italia poi siamo ancora in pochi a conoscere l’inglese, nel resto del mondo e dell’Europa non è così. Tante band di livello internazionale sono uscite ad esempio dai confini nazionali cantando in inglese e facendo rock (The Hives, ad esempio, svedesi). Credo che ci sia molta buona musica in Italia, a livello indipendente si sta muovendo qualcosa.

Il tuo project trova ispirazione da una storia d’amore condotta a distanza. Oltre che, risultare romantico, questo lascia intendere molto sulla tua sensibilità. Vogliamo sapere se la tua storia d’amore continua ancora. 🙂

La storia è finita ma è rimasto un grandissimo affetto. Entrambi abbiamo condiviso il fatto che quelle canzoni, che risalgono a tre anni fa, sono sopravvissute e in qualche modo diventate universali.

Domanda di rito (pur sapendo del tuo legame con l’etichetta Cosecomuni: con o senza mecenate?

Con un mecenate lungimirante.