Sula Ventrebianco

Definiti salvatori del rock italiano, considerati precursori dello stoner – rock partenopeo. Quanta pressione e quante aspettative si celano attorno ai Sula Ventrebianco?

Per fortuna non avvertiamo tanta pressione perché siamo consapevoli del genere a cui apparteniamo, delle sue radici ed è comunque sempre da li che prendiamo spunto per le nuove idee. L’importante per noi è continuare a fare la musica che ci piace e sempre con naturalezza. Sicuramente con il nostro prossimo lavoro proveremo ad avere un’ulteriore crescita, non tanto per le aspettative della gente e degli addetti ai lavori, ma perché crediamo sia il normale iter di una band alla quale piace sperimentare, senza nessun vincolo creativo.

I vostri suoni, oltre alle classiche linee dello stoner- rock sono macchiate da  sfumature di synth e di archi. Il risultato è un suono graffiante  ed impetuoso, allo stesso tempo ordinato ed armonico. Come nasce questo connubio tra strumenti e suoni apparentemente così distanti?

Il connubio tra strumenti così distanti nasce dall’esigenza di ampliare la nostra gamma sonora. Per noi è molto importante la melodia e crediamo che, con l’ausilio dei violini, si dia un grande supporto alla linea vocale. Invece, con le tastiere ed i synth, si tende ad enfatizzare quello che già in gran parte viene fatto dai riff di basso e chitarre. Veniamo comunque da ascolti molto vasti, ognuno di noi porta con sè un bagaglio musicale proprio e si è arrivati in maniera naturale all’utilizzo di questi nuovi strumenti. Spesso la base dei nostri lavori ha una matrice acustica, che va più sul classico e di conseguenza i violini e il piano accompagnano con molta naturalezza questi brani.

Il 2012 è stato l’anno di “Via la Faccia”. Lo presenterei e riassumerei con un passo di Strappi alla Carne:  “Se – mi trasformerò – solo per un po’ – trascurando la mia pelle la mia stanza e la mia fame, vertigini alla mente – petrolio nelle vene, continuerò a sentirmi ancora bene”. Voi, cosa citereste?

“Occhiali d’argento e scarpe d’oro misero in croce Gesù”: Oggi la gente si circonda di cose futili che alla fine servono davvero a poco se si vuole pensare alla propria natura, a ciò che l’essere umano è veramente. Tutto ciò che è finto, tutto ciò che non serve ci crocifigge ogni giorno e ci allontana da noi stessi.

Se poteste togliervi una faccia, a quale rinuncereste?

Via la faccia” per noi vuol dire esortare a liberarsi da ogni tipo di finzione, d’imposizione e quindi essere più veri e meno costruiti possibile. Cerchiamo di far riflettere nella musica che facciamo questo concetto e di essere senza filtri, puliti e diretti. Ovviamente è un discorso che parte da più lontano e che riguarda un’idea di personalità che si specchia nel nostro modo di fare arte. Una delle facce più belle da debellare potrebbe essere sicuramente l’ipocrisia.

Il vostro tour, che si spingerà sino alla prossima primavera, ha superato abbondantemente le 50 tappe. Lungo tutto lo stivale avete trovato “omogeneità”  tra coloro che stavano sotto il palco?

Non essendo i Sula Ventrebianco una band famosa, che può attirare tante persone in qualunque città d’Italia, capita di trovare locali pieni ed altri semivuoti. Ci siamo resi conto che suonare nelle province o comunque in paesi più piccoli, dove i locali live sono uno dei pochi punti di aggregazione, la gente è più attenta e propensa all’ascolto di band nuove e di nuove sonorità, mentre nelle grandi città, dove c’è un’offerta ed una scelta d’intrattenimento più ampia, il pubblico è diviso nei vari locali e di conseguenza meno attenta alle nuove proposte. E’ come se ci fosse una sorta di distrazione molto tangibile. La cosa più gratificante che abbiamo vissuto in queste date, soprattutto in quelle al nord, è stata conoscere gente che per vederci faceva anche 100 e rotti chilometri d’auto, nonostante fossimo lontani da casa oltre 500 chilometri, ed è di questo che una band come noi ha bisogno, ovvero di un pubblico che aiuti a riscaldare l’atmosfera durante i live

Tra le vostre collaborazioni illustri: Teatro Degli Orrori e The Zen Circus. Se poteste arricchire ulteriormente questo puzzle quali sarebbero gli altri pezzi?

Condividere il palco con grandi artisti è sempre stimolante, soprattutto perché ci si confronta, soprattutto umanamente, con loro e con il loro pubblico. Ci piacerebbe poter suonare e dividere il palco con una band storica quale la “PFM” ed una più attuale come i “Verdena”.

Siete supportati già da qualche anno dall’Ikebana Records, etichetta indipendente napoletana. Quant’è importante avere un mecenate? E quanto non avercelo?

E’ importante avere un contratto con un’etichetta discografica solo se quest’ultima è determinata nel fare il proprio lavoro e crediamo che, purtroppo, oggi ve ne siano sempre meno. Non crediamo che un’etichetta mecenate possa giovare ad una band, bensì solo frenarla. E’ fondamentale che l’etichetta abbia quantomeno la tua stessa voglia e passione nel portare avanti il progetto all’unisono, dando vita ad un tutt’uno che può solo portare a risultati positivi, sotto tutti i punti di vista. Ne nasce una sorta di complicità, soprattutto a livello umano, che crea nuovi stimoli per entrambe le parti ed è proprio la situazione nella quale ci troviamo noi con l’Ikebana Records.

Sula Ventrebianco - Strappi alla carne

Sula Ventrebianco – Strappi alla carne