Leitmotiv

Profonda antitesi tra il nome della vostra band e la vostra discografia. Continua ricerca di suoni, di sperimentazioni, di temi. Quanto e come si sono e si stanno trasformando i Leitmotiv in questi anni?

Questa è una considerazione che amiamo. Siamo sempre stati degli instancabili cercatori, mai completamente soddisfatti. Stiamo crescendo, maturando, più o meno consapevolmente. Forse uno dei timori è perdere la follia ingenua degli esordi… ma è un rischio che si deve correre.

Da L’audace bianco sporca il resto a Psychobabele a Tremulaterra. Possiamo considerarlo un ritorno al passato?

Solo in un certo senso. Il primo album resta un unicum perchè pieno di non canzoni! Diciamo che A tremulaterra ne ricorda la voglia di sperimentare ma all’interno della cosiddetta “forma canzone”. C’è un’attenzione maggiore a groove e melodie e forse rispetto al passato uno slancio più immediato. Ma sì, in fondo si porta dietro le radici sonore passate.

Ci sono accenti elettronici, nell’ultimo album, che si distinguono tra i vostri tipici suoni folk. E’ una scelta che deriva dalle nuove travolgenti tendenze?

In effetti abbiamo passato anni amando la componente acustica delle sonorità… o quanto meno quella legata a strumenti più o meno tradizionali nel folk-rock. Ma con A tremulaterra abbiamo voluto scoprire maggiormente il ruolo dei synth in maniera però non convenzionale né tanto meno legata a tendenze alla moda. Certo gli ascolti ti influenzano ma non abbiamo mai voluto e non certo per snobismo, cavalcare una tendenza… Essere fuori moda non è di per sé un guaio!

I Leitmotiv risultano essere da sempre molto performativi: assistere ai live significa assistere a un moderno recitar cantando, quando ascoltare è anche osservare. Il palco è caratterizzato dagli strumenti e da una teatralità inconfondibile. Dove e come nasce questo stile di scena?

Lo stile di scena, se così vogliamo chiamarlo, nasce dal fatto di avere un attore come cantante e sicuramente dall’attenzione smodata fin dagli inizi allo stare sul palco da parte di tutti i componenti. Ci sono foto degli anni ’90 (!) che ci ritraggono attentissimi a voler fare bella figura anche da principianti… In fondo il disco rivive in un palco no? E la differenza più che nell’uso di maschere o accessori (benvenuti) sta in questa consapevolezza.

 Avete  rappresentato la musica indipendente italiana al Monkey Week Festival a Siviglia (Spagna), e alla BJCEM – Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa e del Mediterraneo, a Skopje (Macedonia). Cosa custodite gelosamente dalle esperienze fatte all’estero?

La mancanza di muri, barriere musicali, la libertà confusa e vitalissima delle jam con musicisti Africani a Skopje e poi gli umori; la musica come unico linguaggio, significante, l’entusiasmo del pubblico… Abbiamo una voglia matta di tornare a suonare all’estero!

Per la serie “batti il ferro finchè è caldo”, da quanto tempo insistete sui vostri sogni e sulle vostre ambizioni? Cosa è stato particolarmente “facile” o, al contrario, “difficile” fare per arrivare dove siete adesso?

Da tanto tempo ormai… quasi dieci anni sulla strada, letteralmente… Anni in cui ostinatamente abbiamo lottato per i nostri sogni e continuiamo a farlo… Spesso da soli. Ne abbiamo guadagnato in consapevolezza di noi, di chi siamo e della nostra piccola storia artistica e forse, si, un po’ di fiducia nel magico mondo del business indie o meno è andata scalfendosi. Di certo ci abbattiamo di meno di fronte alle avversità e ci illudiamo di meno,  ma intatta è la voglia di creare, di emozionarci. Difficile è stato forse costruirlo da un piccolo paesino del Sud Italia, senza piagnistei o rimpianti. Facile è stato non arrendersi, non è nelle nostre corde.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Vi risponde un gruppo praticamente indipendente nel senso letterale del termine : se i mecenati sono illuminati (anche?) e sinceramente appassionati se ne può parlare..ma in giro non se ne vedono troppi. Restiamo senza mecenate e non troppo abbattuti… poi in futuro… chissà!

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