Fräulein Alice

La prima considerazione che emerge osservando il nome della vostra band (Fräulein Alice) e del vostro ultimo disco (I love you Lucilia) è che l’immagine femminile sia imprescindibile. Dove, come e quando nascono i Fräulein Alice?

Fräulein Alice è un progetto che nasce a Catania nel novembre 2009. I membri fondatori del progetto sono stati Livio (voce e chitarre), Andrea (chitarre) e Filippo (tastiere e programmazioni). Per quanto riguarda il nome, la scelta è stata dovuta all’intenzione di cercare un nome che potesse ricordare la Germania (che da molto tempo esercita su noi un’influenza fortissima). Non a caso il nome viene scelto proprio nel giorno di ricorrenza del ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Non c’è una ragione specifica, ci piaceva semplicemente il suono del nome e le emozioni che era in grado di evocare in ognuno di noi.

Il vostro progetto musicale, che originariamente era impregnato di suoni elettronici e sperimentali, si è collocato negli ultimi tempi in un rock dalle tinte lievemente più classiche. Quali sono i suoni del passato che custodite ancora gelosamente?

Originariamente l’utilizzo di suoni più elettronici è stato una necessità. Con l’ingresso di Lorenzo (basso) suonavamo in quattro, non riuscivamo a trovare un batterista, perciò abbiamo iniziato utilizzando una drum machine e molti synth. Nei primi brani le chitarre erano ridotte all’osso, la voce utilizzata sporadicamente. Tutto girava intorno all’elettronica. Con l’arrivo di Fabio alla batteria abbiamo cambiato rotta, per approdare ad un sound più alternative. Ciò che ne è rimasto sono i synth e alcuni suoni che aleggiano più o meno in tutte le canzoni e che sono in gran parte sono merito di Filippo.

Non credete che questa vostra “mutazione ” sia un po’ in contro tendenza rispetto all’attuale scena musicale invasa in maniera massiccia da alternative bands imbottite esclusivamente da laptop e drum machine?

Riteniamo di sì. È sicuramente una scelta in controtendenza però, a nostro avviso, l’utilizzo smodato dell’elettronica nel rock è, molto probabilmente, dovuto ad un’esasperata ricerca di un’originalità che difficilmente poi viene raggiunta.

Le curiosità relative a “Lucilia” che campeggia nel titolo del vostro ultimo disco (Seahorse Recordings 2012) sono state abbondantemente appagate. Lucilia è donna. Quindi è femminilità, è sensualità, è passione. Lucilia è anche sofferenza, autodistruzione, delusione, disperazione. Questo intreccio di sentimenti così altamente contrastanti trova libero sfogo, nei vostri testi, soltanto nella dimensione sentimentale o anche in altri temi?

Involontariamente l’amore è diventato il filo conduttore dei brani, però nel brano di chiusura (Ogres in heaven) non si fa riferimento esplicito all’amore, piuttosto alla scoperta di una realtà edulcorata da cui cerchiamo di fuggire. Perché niente di questa realtà rispecchia quanto c’era stato descritto e raccontato. E questa realtà può anche essere l’amore, può essere la società, un luogo ecc…

In alcuni brani, Videodrome Monochrome su tutti, ho avuto come la sensazione che la voce di Livio incarnasse una veste totalmente disincantata e rassegnata mentre i cori di supporto fossero accuratamente inseriti proprio per regalare quell’atteso velo di speranza. Trovate che sia una considerazione potenzialmente valida?

Per quanto riguarda Videodrome Monochrome, la voce è sicuramente disincantata perché disincantato è il protagonista della canzone. Per quanto riguarda i cori, è stata più una scelta musicale che altro. Se poi richiamano in mente qualcosa di diverso probabilmente è stata una scelta azzeccata.

“I love you Lucilia” contiene 10 tracce totalmente in lingua inglese. Avete mai pensato di scrivere i vostri testi in italiano?

Assolutamente no. Per quanto l’italiano sia una lingua stupenda, l’inglese risulta più musicale ed efficace quando si parla di rock.

Il vostro ultimo disco è stato accolto molto bene dalla critica; vantate recensioni all’estero e quelle in territorio nazionale vedono il vostro come un progetto alquanto valido. Voi cosa cambiereste e cosa invece terreste?

Non cambieremmo niente. Siamo consci e consapevoli che molte cose andranno sistemate per il futuro. Per noi è un album di debutto e come tale anche un po’ “grezzo” e che forse ci piace anche per questo. Le risposte positive della critica hanno sorpreso anche noi, soprattutto quelle in Inghilterra e in Spagna, ma, pur rappresentando motivo d’orgoglio, sono un incentivo alla crescita e al miglioramento, se possibile, sperando di essere in grado di migliorarci.

Il mercato estero vi interessa e con chi degli idoli dei giorni nostri vi piacerebbe dividere il palco?

Con chiunque ovviamente! Potremmo dire i Radiohead o i dEUS, ma sinceramente l’idea di dividere il palco con una band anche relativamente sconosciuta ai “non addetti ai lavori”, come potrebbero essere Fujiya e Miyagi, gli Animal Collective, I Caribou o i Neutral Milk Hotel sarebbe un sogno.

C’è già il nome di qualche altra donna per i vostri progetti futuri?

Speriamo di no, sarà la penna a decidere: posto che non scriveremo mai di politica, di fine del mondo e di profezie Maya, l’amore, possibilmente “sfigato”, ci attrae di più.

Curiosità: cosa o chi ha ispirato la grafica (raggiante) della copertina?

Il progetto grafico l’abbiamo interamente affidato a Giuseppe D’Alia, nostro amico nonché grande artista visuale. L’intero lavoro è la sua personale interpretazione della nostra musica e dei nostri testi. Gli abbiamo lasciato ampia libertà e fiducia e lui non ci ha per nulla deluso.

Quali sono i sogni che motivano cinque giovani siciliani, cosa vi aspettate dal futuro e che consigli vi sentite di dare a chi come voi si affaccia per la prima volta al mondo della musica?

Quali sogni? Coi tempi che corrono… Noi facciamo musica perché ci piace. Perché ci realizza mentalmente. È una sorta di necessità molto personale. Le velleità da “riempi stadio” le lasciamo ad altri, non è affar nostro. Qualsiasi cosa positiva dovesse succedere in futuro la affronteremmo con la stessa umiltà. Consigli: se vi piace, suonate, non vi fermate e preparatevi ad accettare di ingoiare vagoni di m., perché la musica (salvo qualche eccezione) è l’ambiente con il maggior numero di favoritismi, persone ipocrite, di finti intellettuali e perbenisti: se dici realmente quello che pensi non suonerai mai più.

Domanda di rito: con o senza mecenate?

Abbiamo in parte già risposto in precedenza: senza mecenate sarebbe l’ideale ma non vai da nessuna parte. Noi il nostro mecenate l’abbiamo, Paolo Messere (il nostro produttore), ma, essendo una persona che si è sbattuta sul serio per arrivare dov’è, non è quel tipo di mecenate che purtroppo serve per andare avanti. Ma noi siamo contenti e al momento del “grosso” mecenate non sapremmo cosa farne.

Link utili: