Drink to me

Prima di iniziare con una sfilza di domande, che comunque vada saranno meno di dieci, volevo chiedervi se siete comodi visto che siete in giro per l’Italia con il vostro tour e mi risponderete, tra uno sosta e l’altra, incastrati tra i sedili del vostro furgone.

Si, siamo comodi. In cinque si sta bene. Abbiamo 6 posti. Se qualcuno volesse un passaggio…

Pur volendosi impegnare, non si riesce a trovare una recensione che parli male di voi. Siete osannati ed esaltati dalla critica. Tutto ciò non vi mette un po’ sottopressione?

Direi di no, ci fa piacere. Ci dà maggiore fiducia nelle nostre capacità. Ci metterà un po’ di apprensione in fase di scrittura del disco nuovo. La sfida sarà fare un disco migliore di “S”. Per noi la regola è “il cavallo che vince va comunque cambiato”.

Almeno voi siete in grado di auto-sollevarvi una critica?

Siamo troppo belli. Scherzi a parte, ci è difficile perchè tutto ciò che facciamo ci piace, ovviamente. Potremmo dire che siamo musicisti scarsi che si nascondono dietro a suoni ruffiani e ricercati. La struttura armonica dei pezzi è banalissima e lo stile scimmiotta gruppi di giovani americani, pur avendo quasi tutti superato la soglia dei 30 anni. Una band assolutamente ridicola.

Il 9 marzo è stato il giorno di “S”, vostro terzo lavoro discografico. Ci sono dei punti di rottura rispetto al passato?

Si, a diversi livelli. L’incastro di 2 ritmiche, acustica ed elettronica, l’uso massiccio di campionatori, la scomparsa della chitarra, la melodia vocale sempre più articolata e complessa, il sound generalmente più soft. Tante cose sono cambiate. Ce ne accorgiamo dal vivo quando suoniamo quei 3 pezzi tratti da Brazil. Li sentiamo proprio diversi.

Un punto di rottura noi l’abbiamo trovato. E riguarda le maschere che indossavate nei vostri live. Cosa rappresentavano e perché le avete abbandonate?

Pura scenografia. Le abbiamo man mano abbandonate perché era ora di farlo. Vogliamo concentrare l’attenzione sulla musica. L’unico momento in cui viene usata una maschera è l’inizio del concerto (Roberto si infila guanti luminosi e una maschera da cavallo sbucando tra il pubblico appena parte il loop di sottofondo del primo pezzo), giusto per attirare la gente davanti al palco e impostare il tutto su un tono magico e ironico allo stesso tempo.

Nel 2010 (PalaTorino) siete stati band di supporto agli Editors. A distanza di quasi due anni, se aveste la possibilità di scegliere una band da affiancare che nomi ci fareste?

Flaming Lips e M.I.A

Tra la pagine del vostro Tour Diary si legge che siete sicuri che non vivrete mai di musica. È una frase disillusa o solo un’affermazione scaramantica?

Entrambe le cose. Oggi alcuni di noi, pur restando disillusi, inziano a pensare che VOGLIONO vivere di musica. Da un certo punto di vista stiamo lavorando per quello. Aprirsi con ogni mezzo all’estero e al tempo stesso scrivere testi in italiano per il nostro paese. Vorremmo fare un disco in due versioni, una in italiano e l’altra in inglese. Quanti gruppi cantano in italiano con il nostro sound? Credo nessuno. Potrebbe essere una possibilità. E riguardo all’estero, più ci guardiamo intorno e più inziamo a ricevere feedback molto positivi. Crediamoci. Se poi non ce la si fa, per lo meno non avremo rimpianti. I rimpianti sono la cosa che temo più di ogni altra.

Domanda di rito. Con o senza mecenate?

Con!! Avere qualcuno che ci finanzi pesantemente sarebbe grandioso. Vorrebbe dire essere artisti di mestiere. Un mecenate illuminato, però. Che ci lasci libertà totale. Credo che tireremmo fuori tutto il meglio dalla nostra creatività.

Coordinate utili: