Didie Caria

di Giulia Emanuele

Didie Caria: artista poliedrico con un curriculum di tutto rispetto, ricco di esperienze interessanti, che vanno dal teatro alla musica. Intraprendi la carriera di cantante da giovanissimo e cominci a girare il mondo con una compagnia gospel internazionale, la Freedom Family. Tra tutti i luoghi che hai visitato in questi anni, ce n’è uno che ti ha ispirato in particolar modo e che ha maggiormente inciso sul tuo modo di fare e percepire l’arte?

New York è un posto in cui ho sostato più a lungo e sicuramente è il luogo dove ho avuto il tempo di apprendere maggiormente. Io ho una forte componente soul nella voce e per quello che faccio l’attitudine americana mi piace molto. Sono più viscerali sul palco, più animali, si preoccupano di divertirsi e far si che arrivi quello che hanno da comunicare con meno intellettualismi di sorta.

Quasi contemporaneamente alla tua carriera di cantante, intraprendi anche quella in teatro. Così, oltre ad esibirti, scrivi di tuo pugno 3 spettacoli, l’ultimo dei quali per la prestigiosa scuola Holden, ancora adesso in tour. Di cose da dire ne hai, insomma. Ma qual è quella che più di tutte ti piace raccontare, sia in teatro che in musica?

Le storie sono tante e non riesco a metterne una in primo piano. Il modo di stare sul palco è una componente su cui lavoro da tempo e che cerco di migliorare sempre. Per me non c’è divisione tra sotto il palco e sopra. Quello che faccio io lo può fare chiunque abbia passione e determinazione, il punto per un artista è sempre quello di avere a che fare con il proprio ego e dargli lo spazio giusto senza far si che prenda lui completamente la scena. Forse mi sto ripetendo ma questa è la storia che voglio raccontare: che ognuno deve trovare la sua via sul palco e la sua via è la sua storia.

Il 25 Settembre esce il tuo ultimo lavoro, Primo Tempo, per la MeatBeat Records. Al suo interno la musica si intreccia con teatro e letteratura, riuscendo così a realizzare una sintesi delle tue più grandi passioni. Esiste, tra questi tre universi artistici, uno dentro al quale ti senti più comodo rispetto agli altri? Qual è, cioè, quello con cui riesci ad esprimere al meglio le sensazioni e le emozioni che provi nel tuo intimo?

Il teatro è uno spazio che amo in cui le persone sono già pronte a ricevere. In più è un luogo in cui posso muovermi tra i vari linguaggi artistici quindi passare dalla musica alla lettura e magari alla danza. Per me meno lo spazio è codificato e più mi vengono idee quindi fate attenzione che nel prossimo live potrei anche improvvisare un balletto! Chi lo sa!

Primo Tempo è un album prodotto grazie ad una efficace e geniale campagna di crowdfunding. Va da sé che il tuo rapporto con il pubblico sia di completa fiducia. Com’è nata questa idea? E, soprattutto, ti aspettavi un simile successo?

La fiducia si è creata negli anni e bisogna mantenerla. L’idea della raccolta fondi nasce per necessità e poi ho visto la cantante Amanda Palmer fare una campagna di raccolta fondi tra le più grandi al mondo e il modo in cui lei chiedeva un aiuto era semplicemente toccante. Così ho deciso di lanciarmi, affiancato da diversi professionisti che hanno dedicato il loro tempo e le loro energie per sostenermi nella comunicazione. E’ stata durissima all’inizio è ho avuto diverse crisi ma poi è successa la magia che nel mio profondo credevo. Le persone non aspettano altro di credere in qualcosa di bello e sostenerlo. E così hanno fatto in modi incredibili e con una generosità da far piangere. Avevo tutti contro, perfino il sito mi ha sconsigliato di mettere un obiettivo così alto e invece evidentemente se credi in qualcosa un motivo c’è.

A proposito di rapporto con il pubblico, ti è capitato anche di duettare con Bobby McFerrin, che, oltre a essere un gigante della musica jazz, ha fatto dell’improvvisazione e dell’interazione col suo pubblico la ragion d’essere della sua stessa musica. In che modo ti ha segnato questa esperienza e quanto di lui possiamo trovare in Primo Tempo?

L’esperienza è stata unica. Per una volta non mi sono fatto prendere dalla timidezza e mi sono buttato senza perdere l’attimo. Non saprei come collegare Bobby Mcferrin a Primo Tempo, sicuramente ci sono diverse strutture dei brani in cui si sovrappongono loop di voce come faceva lui. Diciamo che Primo Tempo guarda verso di lui ed io pure. Bobby Mcferrin non si può rinchiudere nello spazio di un cd, per quello lo amo e per quello spero di poter andare in una direzione libera come la sua.

All’ interno del tuo nuovo album troviamo 9 tracce, tutte molto diverse tra loro anche se collegate, come già accennato, da un filo conduttore, che riesce a dare un senso al quadro immaginario che di volta in volta dipingi col tuo timbro caldo e intenso: il teatro e la letteratura. Tra questi nove, qual è il brano che ti descrive meglio? Quello che proprio non hai potuto fare a meno di comporre perché era te che raccontava?

Di nuovo non posso rispondere. Tutti mi rappresentano e tutti sono sfaccettature molto precise di me. Non posso fare preferenze ma posso dire che il brano Fall-in stars è speciale per me perché ha la capacità di farmi viaggiare. Tutte le volte che lo eseguo prendo i bagagli, cerco di non dimenticare niente, parto, viaggio e poi torno. E’ un brano che canto solo se la situazione è quella giusta.

La loop station è uno strumento ricorrente nella realizzazione dei tuoi brani, in particolar modo in Tutti i segni di te, singolo che anticipa l’uscita dell’album. La sperimentazione è, poi, una delle caratteristiche più piacevoli che possiamo riscontrare all’interno di Primo Tempo, sia per quanto riguarda il linguaggio che utilizzi ma soprattutto la musica che ti accompagna, leggera e minimale. Così minimale da diventare spesso una semplice cornice, che non contamina affatto le parole ma che, anzi, lascia la tua voce nuda di fronte all’ascoltatore, che viene subito rapito all’interno di questo viaggio. Questa scelta stilistica, che potremmo definire a volte coraggiosa, è frutto di un determinato studio antecedente la realizzazione dell’album o è semplicemente arrivata in modo del tutto naturale, quindi slegata dalle nuove tendenze del panorama musicale che sempre più incalzano?

Ho fatto recentemente il cammino di Santiago e li ho imparato che se qualcosa non è necessario non serve. Creo le canzoni a partire da un concetto non da un idea musicale o un genere o uno stile o tutte quelle robe lì. La sintonia tra la melodia e le parole deve essere in grado di dire tutto, se quella non c’è il pezzo non c’è. Il resto serve a dare colore e a restituire il mood di quando è nato il brano. Quando scriviamo canzoni stiamo facendo un album fotografico di ricordi della nostra vita e va rispettato, non bisogna aggiungere cose che non siano fortemente motivate.

La città visibile è chiaramente ispirata al romanzo di Italo Calvino, Le città invisibili, appunto. Per quanto riguarda la tua esperienza personale, qual è la parte di inferno che ti ostini a mettere in ordine ogni giorno e per il quale chiedi di esser l’ultimo ad arrenderti?

Anch’io ho una parte cinica che non crede e con cui devo fare i conti. Credo di star facendo ancora una piccola parte di quello che potrei fare veramente. Non voglio arrendermi a questa lotta che credo tutti abbiamo tra i sogni, i desideri e la realtà. Voglio essere l’ultimo ad arrendermi e voglio crescere diventando sempre più bambino.

Hai affermato di voler realizzare dei video per poter mostrare fisicamente a chi ti ascolta quello che le tue parole hanno già raccontato in musica. Primo Tempo, quindi, è un progetto che cerca di abbracciare diversi ambiti creativi, senza, finora, deluderne alcuno. Quale sarà, adesso, la prossima mossa?

Ora uscirà il video di The Prince in anteprima su Repubblica, che riporta in immagini un viaggio che ho fatto in Senegal ultimamente. Sono partito a caso per andare in un posto che era lontano da me in cui potevo stupirmi costantemente anche solo camminando per le strade di un paesino. Sono rimasto a bocca aperta, mi ricordo che in quei giorni parlavo poco o niente, non ero triste ma immagazzinavo mille informazioni al minuto. Questo è quello che voglio continuare a fare. Il 2 Ottobre parto per un tour in giro per il mondo che finirà il 21 Dicembre. 80 giorni in cui ripercorrerò le tappe del libro seguito da 2 videomakers e un vlogger e un altro musicita. Non sarò in primo piano in questo viaggio, saranno in primo piano le storie delle persone che incontreremo e la musica di quei luoghi. Suonerò in diverse location e sarà un avventura che faccio fatica anche solo a immaginare. Magari ne parliamo un altra volta in modo più approfondito.

Dopo un tour estivo che ti ha portato in giro per l’Italia, sei da poco rientrato  a Torino, dove il 23 settembre, alle Officine Corsare,  presenterai ufficialmente e, direi, finalmente,  il tuo lavoro. Quattro anni sono passati in fretta?

Si sono passati in un attimo.

Ultima, ma non meno importante, domanda: con o senza mecenate?

Attualmente senza mecenate. Mi piace immaginare che un giorno arriverà un manager, non un mecenate, che abbia voglia di creare qualcosa di nuovo nella musica e non cerchi di plasmarmi a suo piacimento per farmi diventare un contenuto commerciabile. E’ assurdo che delle persone che lavorano in questo settore ti lodino per il tuo valore e ti scelgano come artista e poi ti chiedano di cambiare. E’ assurdo in una relazione tra due persone qualunque figurati nella musica.