Cordepazze

di Giulia Emanuele

Cordepazze, un’escalation di successi segna il vostro percorso artistico: dalla vittoria del premio Fabrizio de Andrè nel 2007, al tour con Paola Turci nel 2010, solo per citarne alcuni. In questi anni com’è cambiato il vostro modo di fare musica?

Il nostro modo di scrivere, comporre, arrangiare musica è cambiato moltissimo in questi anni, potremmo dire di essere addirittura altre persone rispetto solamente a 4 anni fa. Forse faccio prima a dire cosa non è cambiato: non è cambiato il modo sincero e autentico di scrivere, ovvero mi capita come sempre di essere investito da un “momento” creativo che arriva al di la della mia disposizione umorale ed è assolutamente preterintenzionale.

“L’arte della fuga” è il vostro ultimo lavoro. Al suo interno possiamo trovare differenze sia stilistiche che tematiche tra un pezzo e l’altro. Qual è, tra tutti, quello che vi è costato più fatica per quanto riguarda la sua composizione in toto?

Si nel nostro ultimo disco “L’arte della fuga” non siamo caduti nel “MONOSOUND”. Ogni brano ha una sua distinta personalità ed una sua storia ben precisa. Non saprei dire quale ci è costato più o meno fatica, di alcuni abbiamo addirittura 3 versioni differenti. Ci siamo sbizzarriti nell’arrangiamento e perfortuna ad un certo momento abbiamo deciso di pubblicarlo perché saremmo potuti andare avanti anche degli anni in una specie di delirio poetico che sarebbe sicuramente sconfinato in patologia.

Cos’è “quello che vorreste e che i vostri sogni non avranno mai”, in concreto ? C’è ancora spazio nelle vostre vite per sognare di raggiungere altro da quello che avete già ottenuto?

I sogni per antonomasia non si avverano mai, se no si tratterebbe di previsioni aziendali o progetti ingegneristici, sono tutto quello che sta oltre le nostre dita, tutto quello che è al di fuori del possibile. Non ci sono velleità particolari, questo non è un lavoro, non credo lo sia, non è una missione, non c’è niente di morale o di politico, somiglia più ad una terapia, ad una necessità fisiologica. Non c’è niente da ottenere da una cosa del genere, a parte quantità massicce di serotonina.

Nel singolo “L’arte della fuga” il tema è chiaro e lo si evince anche dal titolo stesso. Voi siete mai scappati da qualcosa, o, meglio, state continuando a farlo, oppure siete ben ancorati alla vostra realtà?

Noi corriamo. E correre è sempre un po’ scappare.

Tra le tante cose che avete fatto, c’è anche un live con Morgan al Forum d’Assago. Che lui abbia un’anima ribelle, eclettica e folle è ben noto a tutti. Per voi, invece, quanto è importante la sperimentazione nel vostro progetto musicale?

La sperimentazione in che senso? Io preferisco vedere il nostro modo di fare musica simile ad una piccola bottega artigiana più che ad un accolita di ricercatori che sperimentano chiusi nei loro laboratori.

Torniamo indietro di qualche anno per arrivare a “I Re Quieti”, album di successo, il quale ha ricevuto diversi meriti e premi dalla critica. “Sinfonica sociale”, uno dei pezzi componenti il disco, è così orecchiabile che si finisce subito per canticchiarlo. In realtà, si percepisce una critica a tutti coloro che perdono personalità per omologarsi ai più. Ma le Cordepazze quanto si adeguano ai dettami artistico-sociali?

“La Sinfonica Sociale” è un pezzo che parla di una nota stonata che è obbligata ad “intonarsi” per entrare in partitura, e quindi nel sistema convenzionale. Come tutti, anche noi ci siamo conformati a qualcosa (non saprei a cosa), ma questa è una discussione che potrebbe facilmente scivolare nel filosofico ed io non ho i mezzi per praticare quei terreni :-).

Non resta che l’ultima: con o senza mecenate?

I mecenati siamo noi stessi. Siamo sotto l’ala protettrice di noi medesimi e questo è quanto dire.

Cordepazze - L'arte della fuga

Cordepazze – L’arte della fuga