Beny Conte

… di Giulia Emanuele

Profondo conoscitore della storia musicale, con una grande esperienza sopra, ma soprattutto dietro il palcoscenico, Beny Conte è un artista poliedrico: musicologo, scrittore, compositore, solo per citare alcune delle sue sfaccettature. In quale di queste tante vesti si sente più a suo agio?

Domanda che mi pongono spesso, mi piace definire queste “sfaccettature” come miei mezzi espressivi di un unico pensiero. Per me, scrivere un libro non è molto diverso da scrivere uno, o una serie di brani musicali. Parto in genere da un’idea che comincia a farsi largo nella mia testa, alla quale cerco di non dare ascolto per lungo tempo, quando si trasforma in una specie di chiodo fisso, allora comprendo che devo ascoltarla, contrastarla, e se ne esce vittoriosa, mi arrendo e devo a tutti costi “comunicarla”. Il mezzo con cui lo faccio è nella natura dell’idea stessa.

Il Ferro e le Muse è il suo ultimo lavoro, che prende piede dal romanzo omonimo. Tra le 10 tracce che compongono il disco ce n’è una a cui è particolarmente affezionato e perché?

“Il Ferro e le Muse” edito da Carabba Editore è fondamentalmente un romanzo, in cui si dipana una storia d’amore in ambiente mafioso…o una storia di mafia in cui è incastonata una storia d’amore, si può leggere nei due sensi. Nella narrazione, in alcuni momenti precisi, che hanno una forte valenza di rappresentazione simbolica, alcuni personaggi intonano canti che già sono nati in musica, quasi come fossero una colona sonora di un soggetto cinematografico. Tra questi brani, che mi sono tutti cari, direi che “Come un abbraccio” (Sikelìa), cantato in italiano, è quello a cui sono maggiormente legato, perché fu il primo brano che scrissi in coincidenza con il mio trasferimento da Palermo in Abruzzo, circa 12 anni orsono.

Come e quando ha deciso di legare il suo romanzo ad un progetto musicale?

Come dicevo non sono due progetti separati, uno letterario e uno musicale, ma uno soltanto, espresso in due forme diverse che sono direi imprescindibili. Chi legge il romanzo e ascolta anche la musica che vive dentro di esso, fa unico viaggio, ma dai riscontri devo ammettere anche che succede a chi ha ascoltato solo il disco o ha letto soltanto il romanzo

L’album Il Ferro e le Muse è quasi interamente cantato in dialetto. Sarebbe scontato chiederle quanto siano importanti le sue origini siciliane all’interno del lavoro che svolge. Siamo, invece, curiosi di sapere in che modo riesce a trasformarle, di volta in volta, in un valore aggiunto e mai in un limite.

Un mio vecchio maestro di musica e direi di Arte, ebbe a dire che “gli alti fusti della grande musica hanno per radici la musica popolare” (P.E. Carapezza). La Sicilia ha dato origini a giganti come il Nobel Pirandello, Sciascia, Verga, esistono opere immortali come la Divina Commedia e l’Odissea tradotti in vernacolo siciliano, la corte normanna di Guglielmo II di Sicilia attorno all’XI Sec. Fu meta di Trovatori che venivano da ogni parte. Per arrivare ai nostri giorni con Camilleri, e Simonetta Agnello Hornby. Penso di poter dire che il valore del vernacolo siciliano è aggiunto dal depositarsi del tempo e della storia. Storia che purtroppo sempre meno è conosciuta.

Da molti anni si impegna nella diffusione della conoscenza della musica, soprattutto tra i giovani. Quanto crede che questa incida nella loro crescita personale?

Il mio discorso di accoglienza ai miei allievi è una frase: “Un musicista può diventare grande in proporzione alla sua crescita umana”. La musica più di altre forme d’arte è quella che maggiormente obbliga a una disciplina sia mentale che fisica fuori dal comune. Il musicista deve prima di ogni cosa saper ascoltare, valutare ciò che ascolta, accorgersi della bellezza musicale, ma anche di ciò che non lo è, il musicista per sua natura deve avere una forte sensibilità come dote naturale, che poi deve essere coltivata e canalizzata. Dunque direi che l’insegnamento, ma io dico sempre che più che insegnare aiuto i ragazzi a scoprire la musica che c’è in loro, è fondamentale per la crescita etica, sociale e comportamentale dei ragazzi.

È il fondatore, nonché presidente, dell’Associazione culturale Ziryab. Da cosa nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi?

Ziryab è un progetto di un laboratorio di musica d’insieme, nato nella costatazione che parte dei miei allievi avessero origini diverse, Polonia, Marocco, Italia, e un collega di percussioni Russo. Da li l’idea di tradurre in musica queste differenze di origini. Pubblicai infatti un CD edito da Music Force, di brani composti dai miei allievi, allora quattordicenni, che risultò un lavoro molto originale se si considera che fu suonato da adolescenti, anche se con la mia supervisione.

Lei ha fatto della musica la sua compagna di vita, ma non deve essere stato un percorso del tutto facile. Quali difficoltà ha riscontrato prima di esser riuscito a realizzarsi appieno?

Le difficoltà fanno parte del pacchetto…per chi decide di fare il musicista, e aggiungerei anche tutte le altre forme artistiche. L’Italia è un paese ricco oltre ogni misura d’arte e di talenti artistici, tanta è la ricchezza tanta è l’indifferenza del mondo politico che dovrebbe guardare all’arte in genere come il bene più prezioso e alto su cui investire. Questo ha indotto i musicisti, autori e compositori, ma gli artisti in genere, a dovere spesso esercitare oltre alla musica anche una professione troppo distante dall’arte, quella del manager di se stesso. Oggi ciò che trova diritto di cittadinanza presso i mezzi di comunicazione, a livello nazionale, possono rientrare tranquillamente sotto la definizione di “prodotto di consumo” come qualsiasi bibita o carne in scatola. La qualità, lo spessore culturale non interessano, e questo ha condotto la massa, verso una sorta d’imbarbarimento del gusto. Queste sono oggi le più grandi difficoltà di chi frequenta la musica e la scrittura in modo professionale.

Domanda di rito: con o senza mecenate?

Mecenate? Penso che la precedente risposta sia esaustiva. Il mecenatismo non esiste più da secoli. Oggi c’è la figura dell’imprenditore della propria arte, una cosa inaccettabile e imbarazzante, se pensiamo che oggi un brano per passare in radio deve rispondere a requisiti meramente commerciali più che culturali, e che i grandi editori preferiscono pubblicare “Come si cucina l’uovo sodo” o “l’interessantissima” vita di un allenatore di calcio…o le “profonde” riflessioni del Dj di una radio commerciale.