Alessio Premoli

Cosa fu a spingerti, ben 12 anni fa, ad impugnare per la prima volta una chitarra?

Dodici anni sono davvero tanto tempo. Non ricordo precisamente quali motivi mi spinsero ad imparare uno strumento. Ascoltavo tanta musica “nuova” all’epoca, iniziavo un po’ timidamente a plasmare i miei gusti musicali con qualche ascolto fuori dal comune (metallica, Led Zeppelin, Iron Maiden): forse era un modo di conoscere più a fondo quello che le mie orecchie stavano imparando a sentire. Poi ho sempre subito il fascino delle chitarre di mio padre, dell’oggetto in se, prima che dello strumento musicale: adoravo anche soltanto tenerle in braccio o guardarle appoggiate al mio letto. Pian piano, poi, ho imparato ad apprezzarne il suono, le possibilità espressive e le dinamiche.

Attualmente sei docente presso la Gierremusic, dove conduci dei corsi (rock) per chitarra. Le motivazioni che spingono oggi un giovanissimo ad impugnare uno strumento, sono le medesime della tua generazione?

Trovo che le motivazioni principali siano sempre le stesse: si parte dal voler imitare qualcosa che si è visto e/o sentito e poi ci si innamora dello strumento nella sua completezza. Certo è che c’è molta differenza nell’approccio: quando iniziai io avevo un accesso limitato a pochi gruppi, pochi dischi e pochi “eroi”. Oggi noto che ci sono immense possibilità: corsi su internet, video didattici, interi concerti e seminari disponibili a tutti, una fitta rete di musicisti che si scambiano consigli. Diciamo che è un mondo più accessibile e più alla portata di tutti.

Alessio Premoli: l’allievo che diventa maestro?

È divertente sentirselo chiedere. Non mi sono mai sentito “chiamato” all’insegnamento dello strumento. È stato Gianni (Ruvidotti, boss della GierreMusic) che al termine del mio percorso di studi mi ha proposto la cosa. Io ci ho provato: prima ho seguito un po’ di lezioni per introdurmi a questa nuova dimensione, capire come approcciarmi e come relazionarmi con l’allievo, poi ho iniziato con un paio di ragazzi. E devo ammettere che è una delle cose più utili che ad un musicista possa capitare: confrontarsi con concetti apparentemente ovvi e trovare ogni volta le parole adatte per spiegare determinate situazioni, permette di fare chiarezza e ordine nelle proprie conoscenze; ti spinge a cercare nuovi metodi, comprendere a pieno i fondamenti e conoscere davvero il tuo strumento. Penso di aver imparato più io di tutti gli allievi a cui ho insegnato!

I tuoi studi musicali sono stati incentrati, quasi esclusivamente, su rock ed heavy metal. Da dove è fiorita questa vena jazz?

La vena jazz è fiorita perché quel “genere” era parte degli studi che frequentavo: al quarto e quinto anno si è introdotti allo studio dell’armonia e dell’improvvisazione, il tutto condotto sui classici del jazz. È stato un amore difficile all’inizio. Li concepivo come dei sofismi un po’ esagerati: ero un metallaro, volevo suonare veloce e fare casino. Poi il tempo passa e il gusto tende naturalmente a raffinarsi: ho iniziato ad adorare anche gli esercizi più noiosi; tutto quello che studiavo finiva in qualche riff, in qualche brano e dentro al mio fraseggio. Non mi definisco né mi considero un musicista jazz – l’unico modo per esserlo è avere esperienza, anni e anni di strumento alle spalle e un’unanime conferma di questo da parte degli altri musicisti – ma ciò che ho compreso è che questa direzione ha enormemente ampliato il mio linguaggio musicale. E tutt’ora continua a crescere!

Dico jazz perché i tuoi sforzi si concretizzano in diversi duetti acustici fatti di chitarra, flauto e contrabasso. Qual è il collante musicale e sinergico tra tutti questi strumenti?

Ci sono stati molti progetti con una vena principalmente jazz: lo stesso “Duemilanove” è nato per per confrontarsi con il bagaglio di conoscenze musicali che avevo appena fatto mie, spaziando dal jazz al funky, dalla bossa all’ambiente. Personalmente trovo il duo (e il trio) una delle situazioni musicali più creative e più gestibili: si è in pochi, le idee circolano con facilità e senza pregiudizi. Si riesce a creare una sinergia e un canale comunicativo che spesso in un gruppo di grosse dimensioni è difficile mantenere: non che questi ultimi siano impossibili da gestire, ma quando si è in due o in tre è davvero tutto molto più semplice e immediato. Per quanto riguarda il “collante” che mi ha permesso di vivere queste esperienze, credo fosse (e sia tutt’ora) l’albore e la dedizione per la musica che nutrivamo tutti: si crea un rapporto molto profondo quando sai che hai di fianco qualcuno che è profondamente simile a te. Non importa se poi vota dall’altra parte, se ha delle idee diverse e via dicendo: quando si hanno in mano gli strumenti urto scompare.

A proposito. Solo chitarra acustica?

Assolutamente no! Anche la chitarra elettrica! L’acustica è più facile da portare in giro, si adatta a molti palchi e a molte situazioni: locali piccoli, brevi show da spalla, bar e aperitivi.

Oltre a far parte dei “Last Men on the Moon” sei anche il frontman di “Alessio Premoli Project”, quintetto jazz lounge fondato nel 2010. Tutti questi progetti musicali non rischiano di assorbirti troppo tempo ed energie?

Le energie che assorbono sono principalmente fisiche, non certo mentali. Ho la fortuna di essere in una fase in cui posso differenziare molto i progetti che seguo e, soprattutto, sceglierli adeguatamente: con i Last Men on The Moon si è sulle coordinate del Post Rock, imbevuto di Stoner e di elementi cantautori; con gli APJ ci si muove sul terreno dell’easy jazz, della fusion e del funky, senza aggiungere le serate che faccio da solista, dove mi esibisco con la sola chitarra acustica. Ci sono degli abissi tra i vari gruppi a cui partecipo: abissi che mi permettono di incanalare a dovere tutte le mie esigenze musicali. Se fossi solo negli APJ, tutti i riff grezzi e cattivi che mi vengono alle mani rimarrebbero lì nel dimenticatoio: invece ci sono i Last Men e ho un ambiente a cui destinarli. Adoro variare: credo davvero poco alle divisioni tra generi, tra musica di un certo tipo e di un altro. Credo invece nell’esprimere la propria soggettività, e questo, nel mio caso, comporta il confrontarsi con sfaccettature profondamente diverse.
C’è un’altra cosa da aggiungere: più il tuo cervello lavora e più si confronta con cose completamente diverse, più rimane in allenamento. Ho paura a fossilizzarmi su un unico progetto e su un’unica direzione musicale e ritrovarmi, ad un certo punto, privo di idee, senza spunti e a dovermi reinventare praticamente da zero.Certo, il far convivere tutto questo con la vita “reale” (università, esami e tutto il resto) è difficile, alle volte un po’ faticoso: finisci alle due di smontare un palco e alle otto sei già in piedi a studiare perché magari alla sera hai le prove Però è quel tipo di fatica che quando arrivi distrutto a letto ti fa sorridere e addormentare sereno.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Senza mecenate e non è una scelta. Sono sempre felice quando trovo qualcuno che desidera collaborare, produrre qualche mio brano o anche solo fare una schitarrata assieme, ma sappiamo bene quanto sia difficile il mondo musicale, soprattutto oggi in cui si è costretti a muoversi in una giungla infinita di progetti e idee. Attendo, non sono certo alla ricerca di qualcuno che mi prenda sotto la sua ala: attendo e suono, cercando di spaziare il più possibile e di trarne il massimo godimento!

Grazie della disponibilità e delle domande!

(Foto: Alessia Selvaggi)