Ettore Maria Merlino – L’arte escatologica

La pop art in Gran Bretagna e l’arte povera in Italia hanno ampiamente dimostrato come degli oggetti comuni, materiali semplici o persino riciclati, adeguatamente assemblati, possano costituire un opera d’arte, che sottende messaggi sociali e culturali più profondi, talvolta manifesti, altre volte solo accennati. Una scatola può, pertanto, diventare mezzo di denuncia nei confronti di una società governata dai consumi e gli oggetti tornare ad essere rappresentati nella loro essenza, fino a ricordarne la loro funzione originaria. Ecco che oggetti semplici diventano portatori di messaggi la cui bellezza concreta deriva da un significato altro che l’autore intende svelare.

Viene spontaneo a questo punto chiedersi se in arte tutto è concesso……

La risposta ce la fornisce un artista santagatese, Ettore Maria Merlino, secondo il quale ogni forma di espressione artistica è valida nella misura in cui è supportata da motivazioni estetiche e culturali.
La sua formazione si rifà agli studi dell’accademia classica, ovverosia a quella cultura ellenistica incentrata sulla ricerca quasi ossessiva dell’equilibrio e della perfezione. Le linee ritratte dal pittore assumono spesso forme sinuose, ma assolutamente sincere. Non vi è nulla di astratto o sottratto all’occhio del suo osservatore: i dipinti sono un manifesto della cultura e della storia siciliana, nonché della donna, celebrata come una dea greca dei giorni nostri. Le figure femminili, da sempre predilette, trasmettono significati primordiali, simbolo di una bellezza senza tempo. Esplosione di forza, autonomia ed affermazione, le donne sono portatrici di sentimento e saggezza. Come delle amazzoni, sono combattenti emancipate. Dipinte con colori caldi e tratti sicuri, sprigionano passione e scatenano istinti carnali, come a voler comunicare una passione carnale per la vita e per i suoi valori. Arte sacra e arte profana sono spesso mescolate: espressione del divino in terra, componenti di due mondi separati, ma in constante dialogo tra loro.
Con queste premesse non poteva che albergare un animo dualista nel nostro artista, che solo di recente ha trovato espressione.
Lui stesso spiega: “si tratta di un’attrazione per l’avanguardia americana che mi spinge a guardare oltre i canoni classici, che da sempre hanno guidato e mosso la mia vena artistica” . La disputa si risolve fondendo le due correnti: l’arte classica come punto di partenza, realtà prima, e l’arte moderna come sua derivazione e realtà ultima. Una sorta di visione escatologica che prende le mosse dall’amore per il bello accademico e ne modifica la forma, la proporzione, fino a diventare linea, colore, macchia, strappo, punto. Ogni regola viene ribaltata e a prendere il sopravvento è l’istinto dell’autore, così che la “non pittura” possa sopraffare l’archetipo iniziale, offendendolo, annullandolo, in nome di un assoluta libertà espressiva, che sancisce l’ultima visione, una visione “escatologica” dell’arte.

Un ringraziamento particolare a Salvatore Di Pane che ha curato la fotografia.