Deborah Latorre

Deborah Latorre nasce alla fine degli anni Ottanta, in una fredda primavera di Wintherthur. Manifesta immediatamente le classiche patologie di bambina timida ed introversa, o più semplicemente di genio prematuro ed incompreso. Le foto, i disegni e le conversazioni con amici immaginari (un albero di mandarino) la rapiscono ben presto dal suo mondo perfetto. Il suo cavallo di Troia per trafugare la vita è la fotografia. Ci confessa che i suoi scatti sono materia per riempire il vuoto, coordinate per trovare legami di appartenenza e combinazioni per svelare i propri pensieri. Sogna di diventare una reporter, una di quelle che non conoscono limiti e confini, sogna di immortalare culture e popolazioni, sogna semplicemente un viaggio dentro sé stessa, per capirsi e non ritrovarsi mai più. Le porte del nostro non-circolo sono aperte.

Deborah e la fotografia. Dove, come e quando è nato tutto?

In realtà è una passione che nasce da bambina e prosegue in modo più costruttivo e intimo negli anni in cui capisci che è attraverso la fotografia che puoi raccontarti e raccontare cosa e come vedono i tuoi occhi.

Ricordi ancora la tua prima foto?

La mia prima vera foto no, però mi piaceva molto fotografare i tramonti.

Chi o cosa sono i soggetti preferiti dei tuoi scatti?

Amo immedesimarmi tra la gente, entrare nel luogo che voglio immortalare, viverlo osservando tutto quello che mi circonda e diventarne parte integrante, come una vera reporter. Mi piace immortalare le espressioni assenti delle persone, i loro momenti di solitudine. Quindi, fotografo tutti quei momenti e tutte quelle sensazioni, che in qualche modo parlano anche di me.

Quali sono i 3 elementi necessari che secondo te deve avere uno scatto perfetto?

Deve saper emozionare, positiva o negativa che sia, è sempre un emozione quella che deve arrivare e che deve ripetersi. Deve saper raccontare una storia, bella o brutta, felice o triste… l’importante è che sia una storia che parli di qualcosa che per il fotografo stesso ha avuto una certa importanza. Infine una foto perfetta deve esplodere di parole. Parole silenti, le stesse che il fotografo non è in grado di emettere verbalmente o che nega alla gente.

Sei ancora alla ricerca della foto perfetta?

Sono molto autocritica quando scatto. Non è facile ottenere la “foto perfetta”. Credo che ogni foto contenga il momento perfetto, gli elementi, il luogo e la carica emotiva perfetta, solo che è difficile che questi elementi siano sempre presenti in un’unica foto e si intreccino tra loro. Quando otterrò uno scatto con questi elementi, potrò dire di aver scattato la foto perfetta!

Attualmente stai frequentando un prestigioso master di fotografia a Milano. Parlaci di questa tua esperienza.

Si, frequento questo master da qualche mese e mi trovo bene. Sono a contatto con professionisti del mestiere, tutti specializzati in ambiti differenti della fotografia. Ho a disposizione diverse materie, tra cui: Illuminotecnica, Moda, Still life e food, Ritratto, Reportage, Storia e critica della fotografia, Paesaggio, etc. Credo che sia indispensabile frequentare una scuola che ti possa arricchire e possa chiarire i tuoi vuoti per quanto riguarda la parte tecnica. Frequentando, giorno per giorno, ho capito che reportage è lo stile che più prediligo e più mi piace, anche se è un ambito abbastanza difficile. Mi aspetta un workshop a Parigi, che mi aiuterà a creare un mio portfolio, che spero si arricchirà sempre più.

“Fotografia ed estetica, gli occhi di chi guarda educati dagli occhi di chi fotografa”, (uoki toki – l’estetica). Credi che gli occhi di un fotografo possano avere tale forza “educatrice”?

Credo che nel mondo ci sia troppa gente che si limita a “guardare” piuttosto che “osservare”. Inutile che adesso spieghi la differenza abissale tra le due cose. Chi guarda, si perde l’essenza viva e vera di tutto quello che lo circonda, di tutte le realtà che gli sfuggono, dei dettagli che fanno davvero la differenza. Chi osserva, riesce a vedere tutto, anche quello che non esiste. Riesce a crearsi un posto privato, dalla quale osserva dettagliatamente ogni persona, ogni luogo, ogni cambiamento che si ripete all’infinito. Quindi credo, che gli occhi di chi fotografa, possano influire notevolmente e positivamente su tutti quegli occhi che non hanno mai saputo o non hanno mai voluto osservare veramente, e si sono accontentati solo di guardare il mondo così com’è, in modo superficiale e quasi distaccato.

Domanda tecnica. Se dovessi consigliarci una reflex adatta ad un neofita ed una per un uso professionale… diresti?

Prima di tutto, direi Canon. Sono una Canonista e non cambierei con nessun’altra marca sul campo. Comprare una reflex è pur sempre un investimento, quindi a chi decide di intraprendere questo mestiere, o semplicemente per uso amatoriale consiglierei di partire con una Canon 500D, capire come funziona e se il caso lo richiede, cambiarla con le ultime novità in campo. Per quanto riguarda l’uso professionale, direi che non posso sbilanciarmi più di tanto, anche perchè ognuno di noi intraprende strade differenti quindi stili differenti che richiedono un certo tipo di attrezzatura più propenso a quello stile piuttosto che un altro.

Ultima domanda: Con o senza mecenate?

Direi senza, anche se non penso sia molto rilevante, almeno per me. Si crea, ci si immedesima in quello che si fa, si rimane privi di qualsiasi certezza o incertezza. La parole chiave è sempre la stessa: Emozionare!