Categoria: Stories

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La donna che dice di no

di Chiara Maggio

A Montmartre, il dolce vento accarezza i capelli profumati di sogni di una giovane donna, che siede nel suo atelier fortemente assorta nei desideri lasciati a metà di una Parigi che riversa la sua magnificenza nei tumultuosi anni quaranta: sono anni di terrore e speranza, di libertà incerta e anelito di nuove aspettative, di diritti negati e provocazioni esasperate, di polsi ammanettati e disinibite proteste; sono anni di genio, passione, arte e guerra.

Siede una donna dai lineamenti delicati, quasi fragili, che sanno celare con raffinata maestria la grande mole di coraggio che, fiero, mostra la capacità di purificare un animo più volte trascinato dinanzi allo sguardo inquisitore di una vita scomoda.

E’ Françoise Gilot che viene al mondo scrutando l’universo con gli occhi colmi di femminilità, davanti alla delusione dei genitori ansiosi di poter stringere al petto un glorioso maschio. Ed è il tempo a partorire e plasmare una giovane donna sensibile al gusto dell’arte,  una donna che vuole, e vuole fortemente.

L’ardente desiderio di libertà è il motivo per il quale viene diseredata dal padre quando preferisce donare il suo potenziale alla pittura piuttosto che allo studio del diritto; e ancora quando viene imprigionata perché in marcia a testa alta coi compagni d’università verso l’arco di trionfo in palese segno di protesta contro il regime tedesco che occupava Parigi.

Lei è la donna ribelle, “lei è la donna che dice di no”, dichiara Pablo Picasso.

E il no più sprezzante della sua vita Françoise lo urla proprio in faccia a lui. Lo dice a chiare lettere al suo uomo, quell’uomo quarant’anni più grande, per il quale rinuncia a dipingere, sottomettendosi alla sua volontà. Al suo cospetto rimane impassibile quando minaccia di punirla sfigurandole il candido volto con una sigaretta. E’ coraggiosa proprio con l’uomo protagonista della scena artistica del tempo, colui che suscita un fascino ipnotico per cui diverse donne si tolgono la vita, altre perdono la ragione.

Françoise è l’unica a reagire, abbandonando Picasso, per amore della sua dignità e di quella dei figli, che porta con sé e a cui fornisce le possibilità di diventare uomini migliori.

Lascia Picasso in uno stato di tormento, osservando il suo animo contorcersi per la rabbia implacabile e restia ad accettare il gesto che nessuna avrebbe mai osato: perseguita Françoise, le sue opere, la sua arte, la sua essenza di donna.

“Tu non vivrai più a lungo di me”, le dice.

Ripensando a questa frase, oggi, un sorriso brilla nell’immensità degli occhi di una donna vibrante, la cui unica volontà è quella di poter ancora dire “Sì!” alla vita.

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Sid Vicious e Nancy Spungen
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Le anime cattive del punk

di Chiara Maggio

We had a death pact and I have to keep my half of the bargain.
Please bury me next to my baby, in my leather jacket, jeans and motocycle boots. Goodbye.

Con queste parole il “Vizioso” Sid abbandona il campo minato su cui consuma la sua sregolata, breve esistenza. Un tentato suicidio andato a buon fine, tra l’eroina in vena fornitagli dall’amore evanescente di una madre anche troppo alienata. Vittima o reale colpevole dell’omicidio di Nancy Spungen, folle e autentico unico amore della sua vita. Groupie dei Sex Pistols, incontrata durante un concerto a Londra nel ’77, Nancy svelò a Sid, ragazzino ansimante di trasgressioni, le luci di un sipario che sarebbe calato su di loro senza preavviso. Trascinati in un vortice di sensualità estrema, bruciavano la loro passione annaspando inermi in una realtà alterata da alcol e stupefacenti. Banalmente vani i tentativi dei compagni di dividerlo da quell’amore che quotidianamente si consumava nei labirinti di un Eden oscuro. E fu una notte dell’Ottobre 1978, che silenziosa calava nella camera numero 100 del Chelsea Hotel di New York, ad entrare in scena, separandoli irreparabilmente: il corpo di Nancy giaceva in un lago di sangue, accanto a quello di Sid, suo maledetto amore, in evidente stato di shock. E quelle tenebre si possono scorgere ancor oggi, in un confuso processo di anime in cui si fatica a scorgere il carnefice. E quando il mondo intero si ritrova dinanzi ai curiosi occhi il caso di una singolare personalità, ogni pensiero razionale perde la propria contestualizzazione: simbolo dell’anarchia e della ribellione, sporco come le distorsioni del proprio basso, dotato di ben poca tecnica musicale, ma detentore di un’esagerata indole spettacolare, tra violenza ed eccessi, scalpori e censure. Portavoce del cambiamento culturale, della rivoluzione generazionale, ispiratore e modello, avverso alla mercificazione della musica e vittima, prevedibile, insieme con i suoi compagni, di quest’ultima: quasi un antieroe, John Simon Richtie, decisamente “Vicious”, fu spezzato dalla madre, dalla stessa donna che gli ha donato il miracolo della vita, così effimera: conservando la droga da far somministrare al figlio in razioni, lei dosava gli anni della sua creatura, schiava di un bene grottesco, e lui moriva in un overdose di dolore in cui si fa strada, deciso, il desiderio di ricongiungersi a Nancy, tassello essenziale della sua anima, esattamente un anno dopo. Il tormento lo seguì prepotente, anche dopo la morte; il desiderio di giacere al fianco della sua donna fu ostacolato fino alla fine: così Sid fu ridotto in cenere e sparso sulla tomba del suo Amore, in un cupo abbraccio mortale.

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Sergej Esenin
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Confessioni di un teppista

di Sara Marino Merlo

Questa è la storia di un’anima rivoluzionaria, mescolata di tormento e poesia. Sergej Esenin, poeta disertore e rivoluzionario vero, schedato già a 18 anni dalla polizia zarista, attraversa correndo gli ultimi anni della rivoluzione, incapace di restare immobile entro ‘schemi’ di qualsiasi natura, anche se derivanti dalla rivoluzione stessa. Bolscevico convinto, scacciato dai bolscevichi perché eccessivamente individualista, Esenin concentra passioni e fervore nei versi.

Uno spirito talmente irrequieto, indomito persino alle ‘regole rivoluzionarie’, non può sottostare ad alcuna imposizione, neanche a quelle, in realtà così impropriamente definite, dei sentimenti. Un matrimonio associato alla sua persona è un ossimoro. Un legame che non può resistere, una costrizione frustrante. A maggior ragione se lui, artista autentico, viene intrappolato nelle maglie di una pubblicità data in pasto a giornali e gossip di quegli anni ’20. Legato ad una donna di 17 anni più grande di lui, di molto più famosa di lui, che parlava una lingua diversa dalla sua, cos’altro poteva essere se non un’unione conveniente per le bocche e le penne altrui? E quanto era distante tutto ciò dall’esistenza spinta, eccessiva e ricolma d’arte che aveva fatto di Esenin un poeta compiacente all’ingiuria che a sassate lo investiva? Ebbene, troppo distante. E gli amori potevano anche passargli di frequente accanto, ma mai avrebbe potuto caderne vittima. Per questo il matrimonio con Isadora Duncan fallì come il misero tentativo di cercare una facile popolarità; per questo Esenin ebbe altri amori, altre passioni finite solo sulla sua tomba. Ma nulla come la poesia, che lo accompagnò fino al declino e che seppe resistere anche alla sua fine.

Scandali e alcool, fino all’esaurimento nervoso per non sapere reggere una critica, fino a scrivere col proprio sangue una poesia d’addio,fino ad impiccarsi ai tubi del riscaldamento nella stanza n. 5  dell’Hotel Astoria di S. Pietroburgo: “in questa vita, morire non è una novità/ ma, di certo, non lo è nemmeno vivere”.

Celebrato dai poeti suoi connazionali, l’amico Majakovskij e la Cvetaeva, in Italia giunge grazie ad un “capo spettinato” come il suo. Il teppista Esenin, diventa il “malandrino” cantato da Branduardi. La poesia nulla perde nel suo unirsi con la musica, anzi acquista. Restano intatte le memorie dei paesaggi russi e il mondo contadino dell’infanzia. Restano le contraddizioni e gli eccessi del vivere d’arte, del viver per l’arte, e null’altro.

“Mi piace rischiare nelle tenebre
L’autunno spoglio delle vostre anime”.

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Barbara Cavaleri
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Barbara Cavaleri

Arti ed attori spesso tagliati fuori dal mercato, circuiti ingolfati e saturi, professionisti speculatori, regole e modalità di diffusione elitarie ed aristocratiche. Come reagire a tutto ciò? Quale la chiave di svolta per aprire porte e portoni e far conoscere il proprio estro, la propria voce, il proprio talento? Ci ha provato, o meglio ci sta provando, Barbara Cavaleri. Vi raccontiamo un pò di lei.

Barbara Cavaleri comincia a cantare da bambina, un po’ per gioco…
Passa dai cori di voci bianche, all’operetta fino ad approdare a generi come il gospel e il pop. Tutte esperienze che fa professionalmente su palchi e teatri d’Italia e all’estero fino all’adolescenza. A 19 anni si trasferisce da Novara a Milano dove studia performing arts, si diploma, fa teatro e musical per un breve periodo e nel frattempo comincia a lavorare con i musicisti Lagash, Leziero Rescigno e Ugo de Crescenzo. Con loro dà ufficialmente l’avvio alla ricerca sulla canzone d’autore e produzioni elettroniche verranno abbinate a quest’ultima. Molto materiale e’ stato prodotto nel giro di 2 anni di lavoro e da lì nasce “Ad un passo dal sogno” (lagash-edel- bollettino edizioni) primo album debutto di Barbara come interprete soprattutto.

Dal 2008 per 3 anni Barbara vive a Londra e da lì porta avanti collaborazioni italiane e inglesi. Si stabilisce come cantautrice, suona, ma soprattutto scrive il suo nuovo lavoro.
Tornata in Italia alla fine del 2011 decide di far sentire le nuove canzoni totalmente self-made ad amici e pubblico, ed oggi decide di finanziare il prossimo disco in modo indipendente creando una campagna di crowdfunding che coinvolga i suoi Fans nella realizzazione del lavoro che sarà chiamato: “So rare”.
In questi ultimi mesi Barbara ha anche lavorato alla realizzazione dell’evento “AkidA” collaborando con Cesare Malfatti e port royal insieme a tutto il cast dello Smiting Fest tenutosi a Rimini il 28/10/2012.
Barbara sta ora lavorando in studio con un sound nuovo fatto da una ricerca molto intima e minimale, fatta di voci e rumori. Un suono che verrà fermato nel prossimo disco. Ultimati i lavori di registrazione Barbara si occuperà della pubblicazione. Intanto attendiamo la fine della campagna di crowdfunding su www.musicraiser.com
Qui trovate il suo progetto dove potrete contribuire e aiutarla a realizzare il suo disco :
Tra le ricompense per i “finanziatori” premi disegnati e creati da Cevì, (www.cevicrea.it), un’artista con la quale Barbara ha creato una vera e propria partnership.

Credits: video di Alice Mangione

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Dalida e Luigi Tenco
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Ciao, amore ciao

di Sara Marino Merlo

Montmartre. E la gente che sale gli scalini fino al Sacré Coeur, o che sorseggia un cinematografico caffè al Cafè des 2 Moulins, in rue Lepic. Un passato di vino, accordeòn e poesie. Un presente pullulante di gente in cerca dell’atmosfera bohemienne. A Montmartre c’è una piazza, ovviamente molto meno nota delle cupole bianche che sovrastano la collina, o della giostra coi cavalli di Amelie Poulain. Si tratta di una piazza dedicata ad una cantante, ad una donna e ad una voce. E ad una morte. E credo che nel ricordarlo, ci si ponga in un terreno ben lontano dal macabro. Semmai molto più vicino al “letterario”. Come lo sono certe vite, del resto: la loro storia non potrebbe sfuggire ad una fine coerente.

A Montmartre c’è una piazza dedicata a Dalida, donna dallo sguardo bello ed imperfetto, dalla vita malinconica. E dalla volontà ferrea di voler andar via. Di Dalida forse è più facile ricordare gli uomini, i matrimoni e poi l’amore per Luigi Tenco. Più oscura della morte, è la verità che fugge.

Il Festival di Sanremo aveva corteggiato per anni quella donna che scalza danzava il sirtaki della Danse de Zorba: stella del cinema prima, cantante di fama internazionale dopo, Sanremo lo avrebbe vissuto solo con il suo Tenco, duettando sulle note di Ciao, amore ciao. Una storia destinata a seguire il destino di una canzone. Colpita dalla bellezza del brano, pare sia stata la stessa Dalida a convincere il cantautore piemontese a partecipare alla prestigiosa manifestazione canora. Addirittura, gli organizzatori, che l’avevano esclusa in prima battuta, la fecero poi partecipare al Festival perché la cantante francese minacciava di non prendervi più parte. Furono giorni d’agitazione e paure. E di rabbia, quando i giornalisti fecero notare a Luigi Tenco che quel brano apparteneva, in realtà, molto più alla sua amante che alla sua penna ed alla sua voce. Come finì è tragicamente noto: Ciao, amore ciao viene esclusa dalla competizione canora. Tenco si trova nella camera 219, nella dépendance dell’Hotel Savoy, l’ultima stanza dell’edificio, la più lontana dalla hall. Immagina una combine dietro la sua sconfitta. Dalida entrerà da lì a poco, solo per vederlo riverso a terra, per imbrattarsi di sangue il vestito e correre via. La sua voce avrà la forza, nell’imminenza, di urlare “assassini” e di chiedere l’interruzione del festival, mai ottenuta.

Dalida porta via con se da Sanremo un “eccesso di lucidità” che, giunta a Parigi, la porta ad allestire la propria uscita di scena. E’ solo il primo di tre “progetti”, arrestatosi alla fase del tentativo. A Dalida accadde quello che un suicida fortemente lucido non vorrebbe mai gli capitasse, vale a dire essere riportato alla vita quando le fatiche della programmata dipartita sembravano essere giunte a buon fine… Ci riprova dieci anni dopo, e poi ancora nei dieci seguenti. In questi spazi di tempo, cresce la sua popolarità, al pari del suo essere profondamente infelice. Alterna giorni di solitudine e malinconia, ai sorrisi per il ritiro di un riconoscimento, al ricordo del suo tragico Sanremo. In uno di questi intervalli di vita, riscopre anche le irrazionalità spinte delle passioni giovanili. Incontra un ragazzo di 22 anni e ne innamora come se a battere fosse il ritmo di un’adolescenza che non contempla conseguenze e scandali. Fortunatamente la musica non deve rispondere ai parametri del moralismo ed alle questioni d’opportunità: “Il venait d’avoire 18 ans” diverrà uno dei suoi brani più conosciuti ed apprezzati.

Fa ritorno a Parigi con lo scroscio degli applausi raccolti per il mondo e l’incapacità di vivere ancora. Agguantata dalla propria fragilità, ritrova la determinatezza delle azioni usuali nel progettare il terzo suicidio. L’ultimo. A Montmartre ingerisce un cocktail di barbiturici e si abbandona ad un sonno senza scampo.

Secondo Le monde, uno di quegli esseri fragili nati per lo show business marchiati fino alla morte dalla solitudine.

Pardonnez-moi. La vie m’est insupportable.

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