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Nicolò Carnesi

Autore di canzoni dai testi acuti, sottili e cinici che viaggiano su sonorità elettroacustiche influenzate dalla tradizione italiana e dal british pop degli anni ’80, Nicolò Carnesi ha confezionato un album: “Gli eroi non escono il sabato” (Malintenti Dischi/Disastro Records – distribuito da Edel), dalle molte sfaccettature, proponendosi ora come cantautore nella tradizione nazionale, ora come funambolico creatore di brani di blues elettronico, ora come autore lirico e contemporaneo. Carnesi dà voce al proprio eclettismo, quello che potrebbe diventare un vero e proprio marchio di fabbrica.

Dagli esordi alla tua ultima fatica discografica. Nicolò, puoi illustrarci le tappe fondamentali del tuo percorso artistico?

Sono cresciuto a pane e musica, ancestralmente attratto dal ritmo e avendo come giocattoli prevalentemente strumenti musicali. A 14 anni, la prima batteria “vera”, qualche anno dopo la stesura del primo testo e il cambiamento di registro: mettevo un po’ da parte i fumetti (che disegnavo da anni) per provare a raccontare ed esprimermi con un altro linguaggio. Da lì il cammino è stato quello usuale, band, esibizione nei locali della zona, qualche partecipazione a festival, un disco in autoproduzione… poi un nuovo progetto da solista in cui ha creduto l’etichetta siciliana Malintenti Dischi, sul quale ho lavorato negli ultimi due anni e che ha portato all’uscita de “Gli eroi non escono il sabato”.

Quali sono a tuo avviso, i pro e i contro, dell’essere un’artista in Sicilia?

I pro sono che la Sicilia è una terra antica, ricca di storia, di bellezze, piena d’ispirazione e di tanti talenti che spesso sono diventati amicizie. C’è stata sempre voglia di andare avanti e migliorarmi. Di contro c’è una certa penuria di locali che facciano suonare, la posizione geografica è decentrata e muoversi per i concerti è faticoso e dispendioso.

Impossibile non citare il tuo nuovo disco, “Gli eroi non escono il sabato”. Volevamo chiederti: ma se gli eroi non escono il sabato in realtà dove stanno? Cosa fanno?

Non c’è una ricetta per tratteggiare un eroe… a ma piaceva pensare che anche una cosa apparentemente banale come non uscire il sabato sera, potesse, in qualche modo, essere visto come un atto di eroismo. E se gli eroi decidono di non uscire, semplicemente li immagino a casa, tranquilli e rilassati davanti un bel libro o un film, una tazza di caffè e tanta, tanta curiosità.

Su www.dlso.it hai raccontato il tuo album traccia dopo traccia. Ci ha molto colpiti la (tua) parafrasi di “Forma mentis”. Chi sono, per te, gli eroi moderni e senza super poteri?

Sono le persone comuni, che soffrono, gioiscono e devono combattere senza l’ausilio di superpoteri, quelli che incontri per strada, magari cogliendoli in un momento particolare di vita e che restano congelati nella tua mente in un gesto, un’espressione, un movimento. Devi per forza raccontarli per farli tornare a vivere. Ma i miei eroi sono, anche e soprattutto, quelli che si oppongono alla massificazione e non si sottomettono alle leggi dell’apparenza e dell’apparire, insomma quelli che riescono ad essere e restare individui.

Il disco si apre con “Il colpo”, tuo primo singolo che ha riscosso un notevole successo. Il video è ricco di colori molto forti che a nostro avviso sembrano voler creare un velato contrasto con il tuo stile sobrio ed essenziale. La nostra impressione è fondata?

Sì, è un’impressione fondata, l’idea è nata dai registi del video, Manuela di Pisa, Igor Scalisi Palminteri. Aggiungerei anche che è intrinsecamente correlato con il doppio volto del brano che affianca una musica allegra ad un testo, tutto sommato, “triste”.

C’è un brano al quale sei particolarmente legato?

“Penelope, spara!” è uno dei pezzi cui mi sento più intimamente legato.

L’etichetta “Malintenti”, produttrice del tuo disco, accoglie al suo interno diversi artisti, alcuni dei quali hanno partecipato al tuo progetto discografico. Oltre alla passione per la musica cosa vi accomuna?

Con qualcuno c’è l’ottima base dell’amicizia, in generale perché si possa collaborare, bisogna ci sia una comune “weltanschauung”, un modo di vedere e sentire non troppo dissimile o, comunque, la reciproca voglia di confrontarsi, sostenersi e condividere esperienze.

Dal 4 febbraio sarai impegnato con il tuo tour, più di 20 date in giro per tutta l’Italia. Prima tappa in terra sicula il 9 Marzo (Candelai, Palermo). Puoi anticiparci già se ci saranno altre date in Sicilia?

Sì, ci saranno, sia a Marzo che a Maggio con giorni ancora da stabilire.

Domanda di rito. Con o senza mecenate?

“Senzaltro” mecenate 😉

Ringraziamo Nicolò per la sua grande disponibilità.

Coordinate utili:

http://www.facebook.com/nicolo.carnesi
http://www.myspace.com/nicolocarnesi1

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Musica

Livello 0

Livello 0 è un gruppo che nasce e vive nella città di Messina. Il nome “Livello 0” si riferisce all’altitudine del mare che influisce sulla vita della città e dei componenti del gruppo, che si sentono parte integrante (nel bene e nel male) di una realtà insulare. Provenienti da un’ottica differente da quella di “strada”, viene loro naturale dedicarsi a temi che si distaccano da quelli che sono gli “standard” dell’hip hop, cercando di variare e sperimentare, vagando nei meandri della mente umana, della società e del rap massiccio approfondendone tutti i temi.

I Livello 0 sono: …

Sippo: Fede, Gigi, Robi e Onasso… o Rico, Clope, Sippo e Barbo… dipende dai momenti. In generale direi amici, ben prima di ogni beat o rima.
Rico: Uno dei tanti gruppi di musica hip hop/underground italiana con l’umile pretesa di avere qualcosa in più da dire.
Clope: “A quella maniera”.

“Livello 0 si riferisce all’altitudine del mare che influisce sulla vita cittadina e sui componenti del gruppo”. A questo punto vi chiediamo: correnti, cultura e luoghi della vostra città come influenzano le vostre vite ed i vostri testi?

Barbo: Tutto è iniziato da due luoghi principali, che ancora oggi restano nell’idea comune di hip-hop messinese, e sono Piazza Antonello e la stazione Marittima, dove ci riunivamo per fare freestyle e dove i breakers messinesi ballavano tutti insieme. Al tempo la crew si chiamava Insane Impulse, ma eravamo molto giovani, non sapevamo come si facesse musica, non c’erano tutti gli mc che ci sono ora. Poi noi quattro, che andavamo tutti a scuola insieme, all’Archimede, abbiamo cominciato a registrare le prime canzoni, con il microfono della webcam, poi il primo mic, le prime casse e da lì è venuto tutto naturale, una crescita continua.
Sippo: Cercate «Fuori fase», un gruppo del decennio scorso, là troverete le nostre influenze musicali cittadine. Ma come ogni altra persona che ha vissuto in questa città, ne sentiamo ogni lato, dalle fosse sulla circonvallazione, al panorama da Cristo Re… dalla chiusura mentale tipica del popolo siciliano, alla ricchezza delle radici e della cultura di cui facciamo parte. Noi mettiamo tutto in musica.
Rico: Essere Messinese significa vivere nel posto più bello del mondo. E più brutto. Te ne rendi conto solo quando inizi a viaggiare, quando sei costretto a studiare in un’altra città, quando fai un concerto fuori porta e quando ti confronti con il resto del mondo. Non puoi fare musica, o arte in genere, senza confrontarti con la cultura che hai attorno e noi “insulani” è come se avessimo una catena che ci inchioda alla nostra terra e ci ricorda da dove veniamo, da cosa scappiamo e soprattutto il posto in cui torneremo. “Amore – Odio per la mia città: Luogo di nascita” – giusto per citare un rapper Messinese (Demorè).
Clope: La Sicilia, da sempre e per qualsiasi artista è musa ispiratrice di testi, poesie ed opere d’arte in generale; da qui è facile capire come abbia ispirato anche noi, i nostri testi e le basi di Rico. Quello che ti circonda, inevitabilmente, ti colpisce e questo per dei rappers si traduce nell’influenzare, più o meno fortemente, i testi che scrivi, quello che vuoi comunicare, quello che provi, quello che hai dentro messo nero su bianco e poi sul tempo.

I vostri ep sono scaricabili su SoulSearching.it. Come mai avete scelto la strada del free download?

Sippo: L’hip hop è un movimento complesso e variegato, in un momento iniziale è necessario arrivare a più gente possibile ed il più velocemente possibile: un portale con i prodotti in free download è decisamente utile in questo senso. Ciò non vuol dire che è il metodo definitivo, se riusciremo a raggiungere altri livelli di serietà musicale, senza dubbio varieremo anche il livello di distribuzione dei prodotti.
Barbo: La scelta del free è sia una scelta ideologica che pratica, ormai Internet è il canale più usato e più efficace per trovare e farsi trovare, inoltre l’essere gratuito della musica è una caratteristica interessante. Seppure possa sembrare un’arma a doppio taglio, ad un livello puramente economico, diventa una grande forza, specialmente per i gruppi emergenti ed underground, per crescere, per collaborare, e per farsi ascoltare. Il supporto fisico della musica (cd e live) c’è e ci deve essere, altrimenti non sarebbe un mestiere, però è anche vero che l’arte deve essere di libera fruizione per tutti. Anche io prima di comprare un cd lo scarico e lo ascolto per bene, l’avere il cd è ormai diventato un piacere di pochi.
Clope: Oggi viviamo in un’epoca dove Internet è alla portata di tutti, sicuramente più dei negozi musicali (ahinoi), ed è sicuramente il mezzo più facile per diffondere i propri lavori. Il free download è una scelta che abbiamo preso di comune accordo per rendere i nostri pezzi ancora più accessibili a tutti, a costo di non avere indietro un riscontro prettamente economico bensì solo personale e culturale. Forse questa è la scelta migliore per far crescere un movimento che, specie in Italia, ha bisogno di maturare.
Rico: Quando i tempi ed i mezzi di comunicazione cambiano, se non cambi anche tu sei tagliato fuori, anzi, SCEGLI di essere tagliato fuori. Se non hai Facebook o Twitter non esisti. Se non fai in modo di fare sentire la tua musica a più persone possibile, non fai musica. Il mio punto di vista, specialmente a livello artistico, è un po’ diverso ma se non entri nel “meccanismo” sei fuori dal gioco. In ogni caso il free download è un ottimo mezzo per ricordare a noi stessi che, nonostante tutto, siamo liberi di comunicare.

L’appartenenza alla “famiglia” di SoulSearching è un modo per coltivare sempre nuovi stimoli e per ampliare ed incentivare le collaborazioni?

Sippo: È un punto di riferimento, un appoggio ed una fucina. Un «ente» a cui potersi richiamare sempre, sia a livello pratico che teorico. Soulsearching è uno «state of mind», un gruppo di persone, un’idea ed il suo sviluppo pratico. Tante teste insieme che provano a far crescere un progetto in un posto in cui coltivare questo genere di cose è molto difficile.
Barbo: SoulSearching è prima di tutto un modo per fare qualcosa insieme, ci siamo ritrovati anni fa, noi come Livello 0 ed i rappresentanti più vecchi dell’hip-hop messinese (FuoriFase, Malebba), e abbiamo creato questa idea, che poi si è trasformata in uno studio di registrazione e in un portale web, collegati l’uno all’altro e questo ci ha permesso di crescere e di dare un ricambio generazionale, oltre che una collettività ad una precisa idea di fare e vivere questa cultura e questa musica.
Rico: Direi quasi che è una domanda retorica. In più aggiungo che SoulSearching è un posto, non solo virtuale, in cui sperimentiamo, comunichiamo e ci confrontiamo sul piano artistico e umano…
Clope: SoulSearching è in primis un “nido”, un qualcosa dove siamo cresciuti, siamo stati “bastonati” e “coccolati”. È l’insieme di tutte quelle persone con la passione per l’Hip-Hop (Writers, DJs ,MCs) che hanno messo insieme fatica, denaro e tempo per costruire un qualcosa che oggi è uno studio di registrazione, gruppi Rap in continua crescita, un sito internet e perpetui lavori in corso.

All’interno della vostra discografia, “Radici” cattura immediatamente timpani ed attenzione. Oltre allo spiccato senso di appartenenza alla Nostra Isola di quali altri messaggi vi fate portavoce in questo brano?

Sippo: Del non distrarsi mai. Di tenere un occhio sempre fisso sulle nostre radici e sulla grandezza culturale e storica delle nostre origini, senza mai ritenerle come un dato acquisito e scontato. Bisogna tenere d’occhio il presente e capire cosa non và e perchè non và e farlo attentamente sotto la luce del passato e della strada che ci ha portato fino ad oggi è un modo sano di agire.
Barbo: Il pezzo è vecchiotto ormai, ed è molto semplice, la base è bellissima e non potevamo non scrivere questo argomento, poi ognuno di noi ha sviluppato dei pensieri su questa terra molto diversi, ma d’altronde è un posto che ha una serie di contraddizioni dalle quali non puoi prescindere. Quando parli di Sicilia, e sei siciliano, e sai quant’è bello l’odore del mare, ma anche che esiste la mafia e tutte le schifezze che comunque non si possono ignorare, ti viene di parlarne con amore ma anche con odio, almeno verso chi rovina Messina ma anche tutta l’isola. Radici è Sicilia e probabilmente solo i compaesani possono capirla veramente.
Clope: Più che essere portavoci il tentativo era quello di avere un pezzo che facesse capire un po’ a tutti qual è il nostro sentimento nei confronti della Sicilia: chi elogiandola, chi criticandola, chi descrivendola. In ogni nostro testo c’è un messaggio che vuole arrivare alle orecchie di tutti e in Radici sono svariati. Solo un siciliano, però, può coglierne realmente l’essenza, in quanto siculi.

Nella vostra biografia si sottolinea che i vostri temi si staccano dagli standard a cui siamo abituati. Quali sono le tematiche che vi stanno maggiormente a cuore e che si identificano nel vostro stile e nella vostra musica?

Sippo: Preferisco parlare di filtro più che di tematica; nel senso che ogni tematica può essere trattata (se escludiamo i temi Gangstar o di lotta di strada che ci sono del tutto estranei), l’importante è il modo in cui viene fatto. Le tematiche sociali, quelle introspettive, quelle riguardanti la Sicilia, i sentimenti o qualsiasi altra cosa, le affrontiamo facendole passare dal filtro della nostra esperienza e cerchiamo di renderle fruibili per chi ascolta, in modo da far riconoscere la gente in quello che scriviamo. Se posso esprimere una preferenza personale, adoro scrivere sui dilemmi interiori che la società attuale ci impone.
Barbo: Noi da sempre ci distinguiamo per testi molto intimi e personali, quello che si potrebbe dire conscious rap. Cerchiamo di analizzare un problema, o semplicemente un argomento con una lente molto introspettiva, capendo prima di tutto come noi viviamo e vediamo il concetto e poi cercando di trasmettere un’idea. Quando si deve dire qualcosa, la cosa migliore secondo me è prima di tutto spostarla su sé stessi e poi forse si può anche trovare una soluzione e comunicarla, a volte ci si deve fermare a raccontare come ce la si vive. In fondo il rap è questo, comunicazione.
Rico: Personalmente è fondamentale la visione.
Clope: Un po’ tutto quello che abbiamo intorno: quello che vivi, l’essere studente fuori sede, amici lontani. Quello che viviamo ogni giorno e che secondo noi è degno di essere sottolineato, messo a nudo, spulciato e analizzato sotto le sfaccettature che più ci piacciono. Quello che è degno di nota e che più ci colpisce, sotto una chiave strettamente personale e un punto di vista altrettanto personale…

Se doveste suggerirci degli artisti interessanti quali nome ci fareste?

Sippo: Senza dubbio tutti i rapper di Messina, che ha una scena di qualità altissima (Clima, Moskillz, Uattorio, Nobridge e tutti gli altri), della scena italiana senza dubbio il Colle Der Fomento di Roma, Dope One e tanta altra gente della potentissima scena napoletana, Kiave di Cosenza, Mirko Miro di Catania, Stokka e Buddy di Palermo. Se posso dare un consiglio spassionato però, ascoltate Evidence, di Los Angeles, Mos def e Talib Kweli di Brooklyn, Guru (RIP). L’importante è ascoltare musica fatta bene, col cuore.
Barbo: Ne avrei un milione, però visto che bisogna sempre essere attuali, senza mai scordarsi le radici, ne approfitto per dirvi che quest’anno sono usciti cd che faranno storia, e quindi vi consiglio di cercarvi i nuovissimi cd di Evidence, Common, The Roots, Pharoahe Monch, Jay-Z & Kanye West, Talib Kweli. Magari partire da questi cd e capire cosa è adesso l’hip-hop che secondo me è il più vero e poi andarsi a cercare Mos Def, Nas, ecc, fino ai più vecchi. L’hip-hop è vivo e sforna ogni giorno robe pazzesche. Segnalo anche i nuovi di Kaos – Post Scripta e Clementino – I.E.N.A. che sono due artisti italiani bravissimi, che dimostrano che anche in Italia è una cultura viva e in crescita.
Rico: Essendo io anche beatmaker (e cioè colui che si occupa della composizione dei beats) mi piace sempre suggerire artisti di musica “elettronica” che lavorano (più o meno) seguendo gli stessi procedimenti che opero io: Rjd2, Bonobo, Eskmo sono artisti che mi piace definire “fuori dai generi” e ai quali mi ispiro. Sempre per quanto riguarda l’ambito beatmakers suggerisco alcuni tra i miei preferiti: Hi-Tek, Apollo Brown, Gramatik, Kanye West, Statik Selectah, Pete Rock e la lista continuerebbe… Anche nel panorama italiano ci sono molti artisti validi come ad esempio: Shocca, Stokka, Zonta, OwuLong, Squarta e tanti altri…
Clope: Sarebbero tanti. L’Hip-Hop è frutto del Blues e mille altre correnti musicali quindi inizierei con: Muddy Waters, Chuck Berry, Etta James, Al Green, passando per RJD2, Bonobo, St. Germain, Ben Harper, Erykah Badu, Lauryn Hill, Nneka, arrivando a Mos- Def, Common, Jurassic 5, Dj Premier, Nas, Dr. Dre, De la Soul. In Italia: Colle Der Fomento, Neffa, Microspasmi, Fibra, Dj Lugi, Fuori Fase e Malebba.

State lavorando a qualche nuovo progetto?

Sippo: No comment, anche se un gruppo rap che si rispetti è sempre a lavoro… o no? Restate sintonizzati.
Barbo: Oltre i vari pezzi nuovi che facciamo uscire periodicamente, siamo sempre a lavoro, su tanti progetti, come Livello 0 potrebbe sempre arrivare un lavoro dalle Fucine del SoulSearching Studio, voi tenetevi sempre pronti.
Rico: Ufficialmente no. Ma il motto è: “Never Stop”.
Clope: Siamo sempre a lavoro, mica ci fermiamo!

Domanda di rito: Con o senza mecenate?

Sippo: Almeno per oggi, con!
Rico: Lasciamo a voi l’onere, noi facciamo quello che ci riesce meglio… Ad ognuno il suo!
Clope: Senza, di fix.

Ringraziamo e auguriamo tutte le fortune possibili ai Livello 0, o più semplicemente ad un vero gruppo di amici “ben prima di ogni beat o di ogni rima”.

Queste sono le coordinate per non perdere più di vista i Livello 0:

http://www.facebook.com/RicoBeat

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Musica

Amae

Amae è un progetto musicale post-rock di Roberto Di Maria e Marco Spignola, che ne rappresentano il nucleo principale. Il primo si occupa delle chitarre, dei synth, delle drum machine e degli aspetti di registrazione; il secondo delle parti di basso elettrico ed offre supporto negli arrangiamenti. Tutto nasce a Sant’Agata Militello nel 2006, dalla semplice passione per la musica, il rock e la sperimentazione sonora, con l’unica caratteristica marcata (al momento) di comporre brani esclusivamente strumentali.

Partiamo dal principio, il nome del vostro gruppo: Amae…

Roberto: È una parola giapponese che descrive tutta una serie di comportamenti emotivi che in Occidente non hanno un reale corrispettivo, né una parola per riferirsi ad essi. Si tratta di un rapporto di “dipendenza” ad accezione positiva che si crea tra due persone; qualcuno dice che è una via di mezzo tra l’amicizia e l’amore, ma l’esempio giapponese di riferimento riguarda l’attaccamento di un uomo verso la sua geisha.
Marco: Un po’ come la musica degli Amae, che da sola, a nostro avviso, si esprime più chiaramente rispetto ad un messaggio verbale, quale può essere un testo.

I vostri brani creano atmosfere profonde ed intrecciate. Quali generi vi influenzano?

Roberto: Personalmente durante la composizione dei brani ancora non ero vicino a molta della musica che mi avrebbe dovuto influenzare, quasi come se avessi preceduto il mio interesse verso il post-rock e la musica elettronica prima di conoscerlo. In ogni caso, essendo cresciuti a pane e Nirvana, Marilyn Manson, un po’ di punk rock, l’industrial dei Nine Inch Nails, il rock alternativo dei Placebo e dei Verdena solo per citarne alcuni, molto si evince dai pezzi; inoltre una fortissima passione per il metal per quanto mi riguarda.
Marco: Diciamo che, man mano che affinavamo la meta a cui guardavamo, siamo approdati a lidi a cui inizialmente non pensavamo neanche. È evidente anche per me però che tutto quello che abbiamo ascoltato in passato (e quello che di nuovo, sommandosi, ascoltiamo ancora oggi) poi un po’ si riversa nei brani a livello di ispirazione. Più che di generi, parlerei di artisti: trovo che l’influenza delle atmosfere emotive dei Nine Inch Nails sia facilmente riscontrabile. Anche gli A Perfect Circle, per quanto mi riguarda, sono dei riferimenti. In ogni caso credo che ogni artista a cui abbiamo mai prestato orecchio, sia anche tanto più diverso e lontano dai nostri gusti abituali, comunque apporta un contributo di ispirazione.

La vostra ultima fatica “DSM” è targata 2010, possiamo definirlo un disco sadico?

Roberto: Come per Cursum Perficio e il tema del viaggio, la freudianissima accoppiata libido/destrudo di Distico Elegiaco, la nostra personale crescita culturale va di pari passo con la composizione, che essa sia a priori o a posteriori non ha poi così importanza, di conseguenza le tematiche che più ci affascinano in quel dato frangente compositivo possono diventare spunto per creare mini concept, o come è già capitato, il brano stesso si lascia chiamare in un dato modo. Il tema del sadismo è stato affascinante e ha permesso di dare spunto a nuove sperimentazioni.
Marco: Sì, l’idea di base era quella di un mini concept che esprimesse un tema discusso in fase di sviluppo dei brani, guardavamo ad una tematica forte su cui ricalcare un po’ le angosce quotidiane, ed in un certo senso forse abbiamo provato a rievocare in ogni singolo pezzo il tema da cui riprende il titolo, in linea con il discorso che facevamo in relazione al nome “Amae” come concetto inesprimibile univocamente almeno in Occidente, abbiamo tentato di esprimere musicalmente un concetto evitando il ricorso alle parole, che spesso possono risultare “già sentite”.

Cosa vogliono trasmettere gli Amae?

Roberto: Diciamo che quando passo ore ed ore da solo con chitarra, synth e pc per registrare percepisco questa come una vera e propria necessità, un reale stato d’emergenza, dal quale sembra vitale uscirne. Ogni scelta tecnica, nota, dinamica, qualsiasi rumore, anche accidentale ha il significato di definire tutte le sfumature di quello che (non so se) sto raccontando/ descrivendo/esprimendo/trasmettendo/rinchiudendo in uno scrigno. Sono sempre stato affascinato dall’idea che il bisogno di creare per un musicista abbia un significato in un certo qual modo fisiologico, nel senso che il brano funge da proiezione di sè e di quello che è espressione di un’esperienza emotiva e personale, un surplus che il corpo/mente non è più in grado di reggere ulteriormente e del quale vuole liberarsi assolutamente per ritornare all’equilibrio. Ed ecco il brano, un piccolo scrigno segreto (spesso segreto anche a chi lo compone) che contiene l’intera struttura sensibile di quell’uomo, ma straordinariamente il tutto di chiunque, perchè interpretabile in maniera trasversale alle proprie esperienze, questo grazie anche alla scelta dello strumento.
Dice Thomas Mann, ed è una citazione a cui tengo molto: “L’arte non è una forza, è soltanto una consolazione”.
Marco: Roberto ha centrato tutti i punti su cui avrei fatto leva anch’io. Posso aggiungere che anche per me il processo di composizione si attiva nel momento in cui sento il bisogno di buttare fuori quel surplus di cui si parlava, che non necessariamente si traduce nel bisogno di comunicare qualcosa di specifico, ma soltanto tirare fuori tutto “lo sporco” dell’animo umano: dubbi, paure, sofferenze, forse anche sentimenti positivi, un po’ meno di frequente a dire il vero. Del resto è una caratteristica tutta umana quella di sentire il bisogno di esprimere un disagio in relazione ad una situazione di malessere, dando sempre per scontato che tutto debba andare bene, spesso forse svalutando un po’ il concetto di “bene”. Hai mai sentito qualcuno lamentarsi che tutto va bene? Credo di no. Se ci fai caso poi – e ci tengo a sottolineare che si tratta di una cosa assolutamente non ricercata e frutto di valutazioni a posteriori – i nostri brani presentano in genere una prima fase “buia” di apertura, che a titolo personale mi piace vedere come la presentazione di quel disagio; ed una seconda fase che io concepisco più come uno sfogo che poi esplode in rabbia o gioia e che secondo me può ben rappresentare la speranza che è quello che spesso ti fa andare avanti, ti fa combattere per risolvere qualcosa che non ti fa stare bene. La cosa bella è che poi ogni persona in un brano ci “sente” ed associa ad esso quello che vuole e lo fa un po’ suo, e tanto più spesso quel significato è diverso da quello che nello stesso brano ci sentiamo noi individualmente o come “gruppo”.

Sin ora abbiamo sentito soltanto un bisbiglio (geniale) in Degradazione. Avete mai pensato di affiancare alle vostre musiche una voce?

Roberto: È una possibilità che quando capiterà coglieremo al volo, siamo aperti a qualsiasi collaborazione creativa, certo credo che però non sia una priorità musicale nonostante il bisbiglio inserito in Degradazione. Bisbiglio che ha una sua ben precisa collocazione sonora nella definizione dello scenario che riguarda l’atmosfera del brano. Gli Amae sostanzialmente non vogliono “dirti” nulla che passi per troppe aree del cervello, preferiscono suscitare in maniera più o meno inconscia qualcosa che crederai e farai tua nel momento in cui sentirai il bisogno di doverla sentire.
Marco: Esattamente. Quel bisbiglio per noi può avere un significato, ma ne può suggerire di diversi ed altrettanto validi a te che lo percepisci nel brano. Sicuramente l’idea di inserire una parte vocale in qualche brano è un’esperienza da colmare, ma non con urgenza. In un certo senso la trovo un po’ limitante. Sarebbe come tradire un principio: cantarci sù qualcosa significherebbe infrangere la libertà dell’ascoltatore di legare al brano qualcosa di suo, come se il significato fosse preconfezionato e quindi poco “negoziabile” in termini di adattabilità al singolo.

Gli Amae e la tecnologia. Come definireste questo binomio?

Roberto: Come l’influenza di genere, anche la scelta della strumentazione riguarda un nostro gusto personale, espressione della nostra personalità e del mondo in cui tecnologicamente viviamo. Poi le possibilità sonore elettroniche sono davvero infinite e stimolanti. Attualmente anche aggiungere al gruppo un batterista non escluderebbe la programmazione di una drum machine di supporto.
Marco: Ci è sempre piaciuta molto la commistione tra la “tradizione” strumentale e l’innovazione creativa, il cui supporto tecnologico sposta più in là il confine con le possibilità sonore o di soluzione/arrangiamento. Spesso diventa anche una necessità se consideri che da soli (specialmente nudi e crudi) gli strumenti come la chitarra, il basso, la batteria non permetterebbero una gamma sonora ampia, ed il risultato è evidente nei brani, no?

Gli Amae hanno musicato il cortometraggio “In Itinere” prodotto da Tommaso Spatola e Valeria Badalamenti. Parlateci di questa collaborazione.

Roberto: Tutto è capitato per caso parlando di cinema con un perfetto sconosciuto. Poi tra un “sai io faccio il regista e sto preparando un cortometraggio” e un “sai io compongo musica strumentale” il matrimonio fu semplice. Scoprimmo in seguito che quello che lui cercava musicalmente per il corto combaciava perfettamente con quasi tutte le tracce di Cursum Perficio e ci trovammo ad essere colonna sonora di “In Itinere”.
Marco: Fa un certo effetto poi vedere il risultato finale, sicuramente è una grossa soddisfazione, specialmente se consideriamo che gran parte del lavoro si è svolto a distanza, con comunicazioni via web. La stesura dei brani era praticamente finita ed il fatto che combaciasse quasi alla perfezione con l’intento del corto non ha comportato quindi una revisione di quanto già fatto. È un’occasione che si è presentata ed abbiamo voluto coglierla sia come esperienza che come possibilità di arrivare ad un numero maggiore di persone che avrebbero potuto ascoltarci.

In questo momento cosa troveremmo nell’officina degli Amae?

Roberto: Per il momento tra studio e lavoro si fatica ad avere tempo per incontrarsi e stare in quelle famose “ore di immersione musicale” per riuscire a collegare tutte le parti sensibili e pratiche per registrare qualcosa di sentito. Tra la stanchezza e il poco tempo non si riesce a raggiungere quello stato mentale e fisico ideale per “svuotarsi” degnamente di quel surplus emotivo di cui parlavo, perchè forse neanche riesce a formarsi in queste condizioni. Ci sono tante idee da sviluppare, qualche brano nuovo c’è già in effetti, ma aspettiamo condizioni migliori per lavorarci più seriamente, che di sicuro arriveranno.
Marco: Se parliamo poi di strumentazione, al momento c’è tutto il materiale di base con cui solitamente abbiamo lavorato: chitarra, basso, computer. La scelta di un suono o uno strumento particolare non nasce sempre a priori, ma spesso anzi è la sintesi di valutazioni a posteriori di un primo abbozzo di un brano. Attualmente comunque impegni e tempi diversi hanno seriamente limitato la possibilità di incontri dedicati, per cui -in linea con l’attuale periodo storico di crisi mondiale- siamo “in attesa di tempi migliori”.

Come e quando potremo sentirvi dal vivo?

Roberto: Difficile dirlo, per gli impegni di cui parlavo prima e per alcuni aspetti organizzativi non sembra fattibile a breve.
Marco: Nonostante ci piacerebbe confrontarci quanto prima con una situazione dal vivo, anche per vagliare il gradimento dei nostri sforzi e la resa dei brani, gli impegni assorbono buona parte delle nostre giornate.

Un’ultima domanda: Con o senzamecenate?

Roberto: Neanche l’ombra. Ma non è stato mai un problema. Se un obiettivo esiste per noi, è un altro.
Marco: Senzamecenate. È anche vero però che i mecenati più importanti sono la passione, la voglia di fare, il bisogno di esprimersi: nulla ci vieta di continuare a mettere “in scena” le nostre pericolose frequentazioni psicologiche. Tutto sommato fino adesso sono arrivate comunque ad un discreto numero di persone, almeno nell’hinterland.

Ringraziamo Marco e Roberto, o più profondamente gli Amae che con la loro immensa genialità hanno tagliato il nastro del nostro “non – circolo”.

Di seguito alcune coordinate utili per non perdere di vista gli Amae e “Degradazione ” contenuta nell’album DSM. Buon ascolto, i sognatori sono avvertiti.

http://www.youtube.com/user/AmaeVideo
http://www.lastfm.it/music/amae

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