Categoria: Fotografia

Fotografia, Gallerie

Andrea Scaffidi

In tempi non sospetti ho avuto modo di catapultarmi nella fotografia di Andrea Scaffidi.

La prima sensazione, poi rafforzatasi sempre più, è stata quella di riuscire ad afferrare ogni singolo istante immortalato in ogni suo scatto e poterlo poi rivivere aldilà dello spazio e del tempo.

Credo che il tempismo e la capacità di trasmettere forti sensazioni siano dei punti imprescindibili in qualsiasi forma artistica. Attraverso qualche domanda proveremo a capire di più di Andrea e della sua fotografia.
Intervista 
Vorrei che iniziassimo a parlare un po’ di te. Quali sono le tue tua passioni aldilà della fotografia? Le tue fonti di ispirazione o di distrazione…
La prima cosa che ho fatto quando ero bambino è stata disegnare. Una passione che ha accompagnato gran parte della mia vita (in qualche modo continua a farlo) influenzando infatti la mia scelta su indirizzi scolastici e universitari che mirassero soprattutto alla progettualità e alla creatività.

In particolar modo ricordo il periodo d’arte, dove il disegno occupava molto del mio tempo, forse anche grazie a quella grossa fonte di ispirazione derivata dalla trilogia “Il Signore Degli Anelli” (chi mi conosce sa quanto io ne sia ossessionato). Successivamente, e devo dire anche in maniera molto casuale, iniziai a suonare la chitarra e a fare le prime esibizioni live con le band in cui militavo. Oggi, tra mille impegni, quotidiani, trovo sempre qualche minuto per una strimpellata.

Ricordi l’esatto momento in cui hai scattato la tua prima fotografia?

La prima foto non proprio ma ricordo il periodo in cui ho preso in mano la prima digitale e immortalare quei preziosi momenti con gli amici e i viaggi fatti. L’anno era il 2003 ma il concetto che avevo allora di fotografia era totalmente diverso da quello di oggi.

Chi o cosa sono i “soggetti tipo” dei tuoi scatti?

Diciamo che non ho un soggetto preferito. Vivendo in una terra bellissima, ricca di tradizioni e feste popolari, mi basta uscire fuori con la reflex in mano e sicuramente qualche scatto interessante da portare a casa lo avrò. Mi piace molto il reportage, quindi faccio affidamento alle sensazioni che un determinato momento suscitano in me, senza stare a ragionarci molto e cogliendo l’attimo. Mi piace molto anche la foto ragionata che il più delle volte si fa in studio o comunque in una situazione dove puoi permetterti di “perdere” un po’ di tempo, vendo il vantaggio di poter controllare ed impostare la luce a tuo piacimento. Questo tipo di immagini le realizzo quando ho il bisogno di esternare un’idea, una sensazione o semplicemente raccontare qualcosa.

Quali sono gli elementi fondamentali che deve possedere uno scatto? Esiste quello perfetto?

Lo scatto è perfetto quando emoziona, quando scatena qualcosa nella persona che lo osserva. Questo è l’elemento fondamentale che una buona fotografia deve avere, cioè emozionare. La foto deve raccontare qualcosa.

Condividerò (qui sotto) una tua foto e vorrei che ci dicessi qualcosa di più a riguardo. Il momento in cui è stato immortalato, l’intuizione che ti ha spinto a catturarlo o semplicemente qualche dettaglio tecnico.

La luna in quelle sere era semplicemente fantastica, e fu questo il motivo che mi spinse a scattare. In realtà la foto in questione è frutto di un secondo tentativo, il primo lo feci esattamente dall’incrocio della strada con la luna che si ergeva sopra la via in maniera perfettamente simmetrica. Non contento, decisi di salire sul terrazzo per cambiare il punto di vista e rendere il tutto meno simmetrico e piatto. Effettivamente il risultato era diverso e più piacevole ma quello che rende interessante la foto è quell’uomo che porta a spasso il suo cagnolino, personalmente mi trasmette un senso di serenità.

Nel tuo portafoglio hai anche diversi scatti commerciali. Quali sono le tue valutazioni in merito al mercato della fotografia?

Ho avuto modo di collaborare con qualche azienda per la realizzazione di immagini del proprio prodotto, quindi posso farmi un’idea approssimativa di questo specifico settore. L’aspetto della fotografia commerciale viene un po’ sottovalutato, non si dà molta importanza alle immagini o quanto meno non si è disposti a “spendere” tanto per questo tipo di pubblicità. La conseguenza è che il lavoro realizzato dal fotografo verrà sempre sottopagato. In realtà non ci si rende conto che quell’immagine è il frutto di molti tentativi e di ragionamenti tecnici che portano poi alla foto finale.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Direi proprio senza mecenate.

 

Link. https://www.facebook.com/AndreaScaffidiImages/

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Fotografia

Anthony De Luca

Anthony De Luca è un fotografo pubblicitario e riconosciuto nell’ambiente delle fotografia come un artista originale e poliedrico. I suoi scatti sono davvero unici ma vogliamo parlare con lui delle provocazioni / performance che lo vedono protagonista “davanti” alla macchina fotografica. La sua sua sconfinata creatività lo porta a creare azioni di guerrilla marketing non solo per brand importanti, ma anche per se stesso. Anthony mette in scena situazioni che creano shock visivi, creando tra il pubblico stupore, curiosità, incredulità. Tocca spesso temi comuni, ma senza allegare “messaggi banali e scontati” solo per dare maggior forza mediatica alla sua azione. Chi non ha mai immaginato ad esempio come sarebbe il proprio funerale?! Anthony ha creato il primo funerale da vivo al mondo, solo per vedere cosa si può provare. le sue invasioni artistiche capaci di trasferire inquietudine e stupore. Performance irruente volte a paralizzare e poi sciogliere le abitudini quotidiane, capaci di deragliare le rotte di tutti i passanti. Impressioni di movimento e di alienazione presenti anche negli archivi fotografici, testimoni di voli tra disordine ed inspiegabile equilibrio.

Le tue invasioni ti hanno garantito visibilità e “viralità” avremmo tanto da chiederti, ci piacerebbe sapere piccole curiosità sulle tue incursioni: una donna seminuda trascinata in un sacco trasparente per le vie di mMlano, quali sono state le reazioni della gente?

Nei primi secondi in cui passi davanti alle persone i loro sguardi sono “asettici”, quasi come se lascena che gli si propone davanti fosse talmente assurda che potrebbe essere un allucinazione, poi subito dopo scatta quasi sempre un sorriso o una faccia che esprime incredulità. In tanti tirano fuori telefonini per seguirti e documentare tutta la “camminata”.

Una di queste performance è stata fatta per le vie di Mologna con neve ed una temperatura a – 5 gradi ed una ragazza quasi nuda, come convinci queste temerarie? La modella protagonista ha avuto conseguenze fisiche ?

Ah ah ah fortunatamente no, anche se ha rischiato l’ipotermia. Riguardo al coinvolgimento ho continue richieste ogni giorno di ragazze che vorrebbero essere coinvolte nelle performance,vengono da ogni parte d’Italia e a loro spese. Il loro entusiasmo mi da una grande soddisfazione…

Quante incursioni di questo genere hai fatto e in quali luoghi?

Tantissime, oltre a contesti urbani, realizzo queste azioni all’interno dei locali o eventi, una voltasono entrato anche in uno studio televisivo durante una diretta di un programma sul calcio, trascinando una donna incellophanata… nessuno sapeva della mia “entrata”, mi piace vedere la reazione stupita delle persone.

Una donna di 130 kg in intimo su un carrello da magazzino… l’hai portata in giro per le strade di Bologna… quindi non solo modelle con fisicità da urlo?

Questa è stata la più divertente. Riguardo alla domanda “perchè 130 kg non sono da “urlo” ? 😛 A parte gli scherzi, grande stima per quest’ultima protagonista, collaborare con una ragazza che non ha paura di mostrare quello che per la “massa” è un difetto è stato un vero onore.

Tra tutte le tue numerose performances  spicca sicuramente: Il primo funerale da vivo al mondo! Raccontaci in breve.

E’ la performance che amo di più e per la quale molti mi ricordano, ho voluto creare il mio funerale in “anticipo” per godermi l’unico evento al quale non potrò mai assistere. Tutto è stato fatto come un vero e proprio funerale, macchina, bara, corteo, banda musicale, una breve messa in Piazza Maggiore ed infine una camera ardente in un palazzo storico a Bologna, in cui sono venute circa 600 persone a darmi gli “ultimi saluti”… cosi almeno si sono levati il pensiero quando ci sarà il vero funerale 😉

Tu eri dentro la bara? Cosa hai provato?

Sì, sempre… dall’inizio del corteo, avevo fatto delle prove di respirazione nel mio ufficio, per 40 minuti si riesce a resistere. Durante la veglia il coperchio era aperto ed io immobile per un’ora. La sensazione è davvero unica… sono entrato in un completo stato di trance, lasciandomi trascinare durante l’evento da fidatissimi collaboratori. Tutto era cosi talmente vero che molte persone si sono commosse pura sapendo che ero ancora vivo (o forse piangevano proprio per questo 😉

Leggevo quanto, questi “attacchi” artistici, siano spesso commissionati da terzi per fini pubblicitari. Sapresti fornirci un identikit dei committenti?

Sì, spesso le aziende si affidano a me per creare progetti di comunicazione originali che diano loro visibilità. Da una campagna fotografica originale e d’impatto alla creazione di un progetto di guerriglia. L’identikit è semplice… brand anticonformisti che non hanno paura di “osare”.

Presumo tu sia un’artista freelance ma la nostra domanda è d’obbligo: con o senza mecenate?

SENZA! Ma continua la mia ricerca. In Italia non credo molto nella professionalità e bravura di questa figura.

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Fotografia

Ilaria Magliocchetti Lombi

Ilaria, quando e come hai capito che la tua grande passione poteva diventare per te un vero e proprio lavoro?

Che poteva davvero diventare un lavoro me lo hanno fatto capire gli altri forse, io mi sono buttata a capofitto in questa cosa senza pensare subito a “sarà un lavoro”, ho semplicemente messo praticamente tutte le risorse che avevo in questa passione. I gruppi che mi hanno dato fiducia e che hanno creduto in me dall’inizio e cercato anche subito di dare valore e rispetto a quello che facevo, come i julie’s haircut per esempio e i Bud, loro mi hanno davvero incoraggiata moltissimo.

Quali sono secondo te le caratteristiche che deve possedere uno scatto? Quello perfetto esiste?

Credo che debba raccontare qualcosa, ci sono foto tecnicamente perfette ma che mi rimangono molto distanti. Le foto che ti fanno entrare dentro, che ti lasciano un odore, un gesto inatteso, un documento che quella cosa è stata reale, o un cenno del volto che ti fa credere di aver capito qualcosa di quella persona lì (che poi raramente è vero). Non c’è una formula e non credo nel “bello o brutto”; credo piuttosto che una foto possa “funzionare o no” per tantissimi motivi e soprattutto quello che funziona per me può non scardinare nulla dentro qualcun altro che ha dei referenti visivi, culturali o anche solo una sensibilità lontana dalla mia.

Dalla tua pagina web () è possibile scoprire tutti i progetti a cui hai lavorato. Oltre ad immortalare vari eventi (tra cui il Milano Fashion week) hai seguito band come: Massimo Volume, Zen Circus, Verdena, Calibro 35 e cantautori come Dente e The Niro. Tra i citati, con chi hai instaurato subito un forte feeling e con chi hai incontrato maggiori difficoltà?

Tra i citati ci sono state solo belle esperienze, più o meno forti. Per esempio i Verdena credo che neanche si ricordino che faccia ho, li ho fotografati in occasione di un loro mini set per il Mucchio, non c’è stato un reale momento di connessione erano totalmente assorbiti dalla loro musica, mi hanno comunque molto colpita, in positivo, proprio per questa loro Dedizione totale. Con i Massimo Volume è stata un’esperienza bellissima, sono stata un po’ di giorni tra Bologna e Ravenna (dove stavano registrando) con loro. C’era tantissima neve, era un momento davvero magico, abbiamo condiviso dei momenti intensi e loro sono veramente delle persone deliziose, mi hanno fatto sentire a casa e parte del progetto. Gli Zen ormai sono amici, sono stati una tappa importantissima del mio percorso e la loro libertà e apertura mentale permette di fare cose davvero interessanti fotograficamente e soprattutto di divertirsi e far fluire le idee non c’è nulla di impostato in loro, nulla di artificioso. Nell’ultimo disco mi hanno dato carta bianca, il concetto era Nati per subire, un pomeriggio passato con Appino a buttare giù un po’ di concetti e poi sono stata un mesetto o giù di li a fare foto in giro. Sono pochi i gruppi che ti danno questa fiducia, questa libertà e che soprattutto hanno voglia di investire cosi sulla parte visiva. Per me è interessante seguirli e spero di continuare perché stiamo creando un immaginario ormai legato al gruppo e come fotografa è una bella sfida seguire le evoluzioni e l’immagine di una band. The Niro è un amico di Roma, abbiamo sempre voluto fare qualcosa insieme, senza mai riuscirci, per anni! Così poi un giorno ce ne siamo andati a fare una passeggiata all’orto botanico a Trastevere, luogo legato all’infanzia di entrambi e abbiamo fatto un po’ di foto. Con i Calibro ho lavorato a novembre, è stata una bella esperienza perché abbiamo allestito due set una dei quali molto particolare, in macelleria. Loro si sono prestati molto (l’idea era di Tommaso Colliva) ed è stato davvero divertente per tutti. Loro forse sono stati i più difficili da fotografare tra i citati, perché sicuramente sono in primis musicisti, sicuramente hanno meno quell’aspetto dell’artista al quale interessa l’immagine. Dente è esilarante, mi diverto sempre tantissimo con lui. Mi sono avvicinata a lui da fan diciamo, mi piaceva la sua musica l’avevo fotografato anni fa per il mucchio, durante un piccolo live di rockit credo. Io vivevo a Barcellona, per almeno 1 o due anni non ci siamo viste né sentiti, in quegli anni mi sono appassionata alla sua musica e gli ho scritto una mail. Da li ci siamo conosciuti, ho fotografato dei live e fatto qualche ritratto per una sua data in teatro, foto che sono particolarmente riuscite, e umanamente ci siamo trovati molto bene. Cosi per le immagini di promozione del nuovo disco mi ha chiamata. Quando c’è, come con gli zen, questo rapporto umano e empatia è una figata. è venuto a stare da me a Roma un po’ di giorni e abbiamo buttato giù idee e condiviso il processo creativo e ne sono uscite delle foto più libere e meno impostate del solito. Siamo stati entrambi molto felici del risultato.

Spulciando il tuo portfolio è impossibile non soffermarsi sugli ultimi scatti fatti agli Afterhours. Cumuli di sassi e aperta campagna, assenza di colori, riflessi. Da dove è nata l’idea e l’ambientazione di queste immagini?

Io volevo fare delle foto molto essenziali, gli After sono un gruppo che ho amato molto e pensando alla loro immagine non mi veniva in mente nulla di forte (fotograficamente) se non la vecchia immagine di Manuel / Gesù… sono un gruppo ormai fondamentale per l’Italia e mi sembrava non avessero dei ritratti da gruppo rock “eterno” , consacrato diciamo. Volevo fare una cosa molto classica, bianco e nero, fuori da qualsiasi riferimento temporale o territoriale. Durante un aperitivo un ragazzo che lavora con loro per i video mi ha suggerito queste cave poco fuori Milano, sono andata a vedere ed il posto mi ha colpita moltissimo. Era perfetto, un non luogo, un paesaggio lunare.

In questi ultimi anni hai seguito i principali artisti/protagonisti della scena musicale italiana. Ti va di raccontarci qualche episodio curioso legato al tuo lavoro?

A volte mi mandano delle mail, e da quello che mi scrivono capisco che si supponga che io sia diventata una super mega fotografa che abbia svoltato o qualcosa di simile e resto un po’ basita. Mi stupisce sempre vedere quanto possa essere lontana l’idea che gli altri si fanno di te dalla realtà. Mi scrivono anche chiedendomi cose su certi personaggi (potete immaginare quali siano più soggetti all’interesse delle giovani fanciulle) e mi trovo sempre un po’ in difficoltà… A volte mi stupisco tanto quando in ambienti fuori dal mondo della musica non mainstream italiana conoscono il mio lavoro. Quando il postino mi fa i complimenti per le foto perchè mi conosce essendo un fan di Vasco Brondi per esempio mi lascia senza parole perché lo incontro nell’androne di casa e non al bancone del locale. È un piccolo microcosmo quello della musica italiana e quando qualcuno conosce quello che faccio fuori dai soliti giri resto sempre a bocca aperta.

I tuoi scatti sono contenuti nelle principali riviste musicali. Se dovessi suggerircene qualcuna in particolare che nome ci faresti?

Tra le riviste storiche del panorama italiano sicuramente il Mucchio, si sta lavorando molto al progetto, c’è una nuova attenzione alla grafica, all’immagine. Anche nei contenuti, basti pensare alla cover di qualche mese fa data ai “fine before you came”. Tra le riviste più “grandi” devo dire Rolling Stone, soprattutto per la cura dell’aspetto fotografico, è un piacere sfogliarlo, la ricerca fotografica sia nei servizi prodotti ex novo che nelle immagini di archivio è veramente eccellente.

Dal 21 e 25 giugno insieme a Cecilia Ibanez sarai impegnata in un “music photography workshop”. La trovo un’iniziativa estremamente interessante anche perché curata da due vere e proprie professioniste del settore. Vuoi darci qualche informazione in più o qualche notizia esclusiva riguardo questo vostro progetto?

Con Cecilia ci siamo conosciute qualche anno fa a Ferrara, scattavamo entrambe per la Tempesta, durante il festival. Siamo molto diverse come fotografe e credo che questo sia l’aspetto più interessante. Lei mi ha coinvolto in questa idea del workshop (lei ne tiene diversi durante l’anno e ha sicuramente una grande propensione all’insegnamento) e ne sono stata entusiasta. Non è il tipico workshop di fotografia musicale: come fotografare il live, come stare sottopalco, ecc. ecc. L’approccio è diverso, lei si occupa di tutta la parte che precede la fase di ripresa: l’ideazione e la pianificazione di un progetto e io mi occupo di tutto quello che segue, l’organizzazione del materiale e la postproduzione. I ragazzi seguiranno dei progetti personali durante il festival della Tempesta Gemella e poi tutti insieme editeremo valuteremo e selezioneremo il materiale. Ci sono ancora un paio di posti disponibili, se qualcuno è interessato può mandarci una mail a info@imlphotographer.com e info.ceciliaibanez@gmail.com

Domanda di rito: con o senza mecenate?

Sarebbe ipocrita dire senza! Sappiamo tutti quanto è difficile campare facendo un lavoro così o poter finanziare dei progetti e delle idee… non mi dispiacerebbe per niente avere un mecenate. Ma ad una condizione fondamentale, se questi è assolutamente fuori da qualsiasi decisione e che non possa esercitare nessuna influenza… direi che quindi è praticamente impossibile trovare il mecenate illuminato? Quindi senza mecenate ma un po’ a malincuore!

Link utili:

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Fotografia

Alessandro Falco

Alessandro, la tua passione per le foto è relativamente giovane. Cosa o chi ti ha fatto avvicinare a questo mondo?

Ho iniziato a fare foto un paio di anni fa, spinto dalla necessità di documentare l’evoluzione dei miei acquari e di ciò che analizzavo al microscopio. Soltanto ad aprile 2011, avendo ricevuto in regalo una reflex da mio padre, ho iniziato a valutare la fotografia come potente strumento di espressione. Ho provato più volte a disegnare su tela, venendo da una famiglia di pittori, ma non credo di essere particolarmente portato.

In genere fotografi con un preciso proposito o ti lasci trasportare esclusivamente dall’ispirazione, dal momento?

Ho iniziato come tutti fotografando quel che capitava ed in parte continuo a farlo ma con approccio fotogiornalistico. Ora sono piuttosto critico sui miei scatti e preferisco realizzare le idee che ho in testa, possibilmente seguendo una progettualità ben definita. Tengo sempre a mente il fatto che il mondo è oberato di immagini e proporre sempre le stesse cose, anche solo per ricevere consensi, lo ritengo puro inquinamento visivo.

Nel 2010 hai seguito un corso di fotografia presso il Castrum fotoclub. Che tipo di esperienza è stata?

Ho frequentato questo breve corso un paio d’anni fa per imparare a scattare in manuale e per avere maggiore padronanza della mia compatta, per gli scopi già citati prima. Da questo corso ho ricevuto una prima fondamentale infarinatura, ma non aspiravo a diventare un fotografo e non lo sono diventato. Questo mi ha insegnato che un corso non può aiutarti se non sei tu a voler imparare… infatti ho continuato a scattare in automatico per un bel po’ 🙂 Qualche mese fa ho invece intrapreso un percorso intensivo, a stretto contatto con la fotografia per 8 ore al giorno presso la più grande agenzia foto-giornalistica italiana; questo ha rivoluzionato fortemente visione e approccio alla materia. Questa seconda esperienza mi ha fatto innamorare della storia della fotografia e del complesso (ma vacillante) mondo del fotogiornalismo.

Sabato scorso hai presentato presso al BABA club di Pescara la tua mostra fotografica “Cosa Vostra”. Le foto dell’evento non sono ancora disponibili. Qual’era il tema predominante della mostra e che genere di scatti ci siamo persi?

Vi siete persi la mia prima esposizione ma, se non sarà l’ultima, poco male! La Blackbox crew, con cui collaboro come fotografo di eventi, mi propose un paio di mesi fa un’esposizione fotografica in occasione di un importante live di rap italiano. Alla loro offerta ho risposto entusiasta proponendo però un progetto fotografico inedito, ricamato appositamente per l’occasione. Sono contento di essermi messo alla prova in questo modo; ho preferito non sparare tutte le mie “cartucce” con una mostra delle mie migliori fotografie che probabilmente avrebbero soltanto annoiato il pubblico a cui mi stavo rivolgendo. “Costa Vostra” è infatti un tributo all’ hip hop, in particolare della mia regione in cui è radicata una solida tradizione consacrata a livello nazionale da Lou X ed il suo gruppo (Costa Nostra). Con questo progetto ho tentato di rinnovare il linguaggio visivo che ruota intorno all’hip hop, adeguandolo alla continua evoluzione ed alla contaminazione musicale che sta vivendo negli ultimi anni. Ho quindi cercato in tal senso di svecchiare la classica iconografia rap, quasi paralizzata da tendenze filoamericane e atteggiamenti gangsta; gli artisti hanno accettato di buon grado la provocazione posando in situazioni surreali e spesso vicine alla fotografia concettuale.

Facciamo un esperimento: posto un’immagine e tu provi a condividere con noi tutte le sensazioni che questa ti suscita.

Eh… sono acquarista da circa 10 anni e questa passione mi ha portato a laurearmi in Ittiopatologia (Dottore dei pesci) in primavera scorsa. Ho creduto fortemente in questa passione, raggiungendo visibilità e risultati interessanti, ma ben presto ho dovuto aprire gli occhi di fronte all’imprenditoria più discutibile ed al mondo delle raccomandazioni. Potrei dirvi il nome dei coralli e pesci all’interno ospitati, farmi un’idea del tipo di gestione e molto altro ancora. Ma vedere un acquario in questo momento, calcolando quanto ci ho investito e pensando che fino a 4-5 mesi fa gestivo un laboratorio di 5000 litri totali, mi mette solo un po’ di malinconia.

L’immagine, appunto, non è stata scelta in maniera casuale visto la tua grandissima passione per gli acquari. Acquari e fotografia, spesso trovano dei punti di incontro nella tua vita?

L’acquariologia mi ha avvicinato al mondo della fotografia, anche se in maniera indiretta ma al momento le due cose sono in forte contrapposizione, intendendole come due speranze lavorative ben distinte, salvo la possibilità di diventare un fotografo subacqueo.

In conclusione sottolineiamo che sei stato finalista ai Sony World Photography Awards. Vuoi parlarci in maniera dettagliata di questa tua partecipazione?

Sono stato selezionato recentemente al Sony World Photography Awards 2012 con due fotografie. Una delle due è finalista per le sua categoria. Il fatto di essere stato selezionato tra oltre 50.000 fotografi, ma soprattutto di venire esposto in una galleria a Londra da Aprile, mi lusinga e lo ritengo un feedback importante per continuare a provarci. Sinceramente è il primo concorso fotografico a cui ho partecipato, se escludiamo un concorso per acquariofili (che ho vinto :P).

Ultima domanda: Con o senza mecenate?

Senza, ma se qualcuno è interessato prometto un bellissimo acquario in salotto 🙂

Grazie Alessandro. Ricordiamo che “Costa Vostra” sarà presto visualizzabile integralmente sulla pagina web di Alessandro http://www.alessandrofalco.com/

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Fotografia

Martha Micali

Domanda d’obbligo: Martha e la fotografia. Dove, come e quando è nato tutto?

Nella mia famiglia si sono sempre scattate fotografie, così oggi mi ritrovo con bauli e cassetti pieni di foto di me e mio fratello da piccoli, di viaggi e giornate di ogni genere, questo mi ha portato da sempre ad essere curiosa riguardo queste immagini malinconiche, ad osservare tante e tante fotografie, finché intorno ai 14 anni scopro che la fotografia era qualcosa che anch’io volevo fare, qualcosa che mi soddisfaceva più di tutto il resto, così inizio… e inizio con quello che trovo, compattine sgangherate, macchine usa e getta… a poco a poco mi accorgo di non voler più smettere e di voler fare di più… qualche tempo dopo arriva la mia prima Reflex… e poi la Zenith… e poi le Polaroid… e così fino ad oggi. Una relazione costante.

Chi o cosa sono i soggetti preferiti dei tuoi scatti?

Tendo a preferire i ritratti, i volti e i gesti umani, con la loro “aura” e i loro significati nascosti, mi hanno sempre affascinato. Ogni tanto provo con un po’ di Street photography, ho fatto qualche piccolo reportage, ho sperimentato una fotografia più intima e personale, diciamo che mi piace osservare in più modi diversi.

In genere fotografi con un preciso proposito o ti lasci trasportare esclusivamente dall’ispirazione?

Dipende, ci sono momenti in cui esco e mi faccio trasportare dalla realtà, dalle strade e fotografo quello che incontro, altre volte, e forse è quello che preferisco, seguo un iter preciso, parto dall’idea per poi passare alla scelta della location e alla realizzazione, anche con l’aiuto di amici e amiche che mi fanno da stylist e modelli, qui si crea un’atmosfera di scambio e creazione che amo.

Come si sviluppa quell’istinto fondamentale per catturare, con tempismo, l’attimo che si vuole immortalare?

Con la pratica, tanta pratica, con la dedizione, con la voglia di superarsi, ma anche osservando molto, conoscendo la fotografia e i fotografi che hanno fatto scuola. Essere curiosi e informati insomma. Mettere da parte la superficialità.

Helmut Newton dice che “il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare, sono i tre concetti che riassumono l’arte della fotografia”. Condividi?

Condivido e ribatto con una citazione di Robert Doisneau che, per quanto mi riguarda, la completa: “Le foto si devono scattare solo quando ci si sente pieni d’amore per gli esseri umani”; credo che per cogliere la profondità di quello che hai intorno devi essere disposto ad ascoltarlo e capirlo…

Credi che la tecnologia e il ritocco digitale, stiano riducendo la differenza tra professionisti ed amatori?

Non credo dipenda dalla tecnologia e dal ritocco (che penso siano armi in più per la fotografia), probabilmente se questo sta accadendo è perché oggi, per fortuna, tutti possono accedere a questo mezzo, è alla portata di tutti, non credo però che questo levi autorità ad un fotografo professionista, come diceva Keim: “Ogni persona che si trova sul posto in un dato momento può essere testimone, ma ci sono dei buoni e dei cattivi testimoni: l’uno vede bene, l’altro guarda senza distinguere”.

Ti lancio una provocazione – una domanda fotografica – . Oggi possedere una reflex è diventata quasi una moda. Vorrei che mi commentassi questo scatto.

Ho poco da commentare… in parte la risposta è simile alla precedente, potrei aggiungere che il nostro è un mondo governato da miti fotografici e da divi ultra fotogenici e diventa plausibile che tutti siamo fotografati come auto-conferma dell’esistenza, appari o svanisci, non fai parte ed è quindi palese che tutti siamo “fotografi”, in ogni caso ribadisco che secondo me questo stupro collettivo della macchina fotografica non svaluta la buona fotografia anzi, oserei dire, la esalta.

Domanda di rito: con o senza mecenate?

Senza mecenate, fin’ora.

Ringraziamo Martha Micali.

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