Categoria: Arte

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Le Madonne del Collettivo FX

Sono diversi anni, ormai, che il Collettivo Fx detta linee e filoni nel mondo della Street Art.
Un percorso fatto di sali e scendi lungo lo Stivale (ed oltre), un mucchio di progetti che partendo da fogli sparsi hanno preso vita e forma su muri, parcheggi, fattorie, palazzi, scalinate e sagrestie.

L’ultimo capitolo, ancora da scrivere, riguarda una figura divina quanto antichissima. Il prossimo viaggio sarà incentrato sulla figura della Madonna.

Qui l’annuncio.

Vi disturbiamo perché stiamo raccogliendo MADONNE per il nostro prossimo viaggio che si svolgerà nel 2017.
Ci interessa la figura della Vergine Maria perché, insieme ai Santi, è quella che si è maggiormente legata alle comunità dei paesi e dei quartieri, venendo modificata “dal basso” e diventando di conseguenza una figura popolare prima ancora che clericale.
Con questo progetto vorremmo capire “com’è messa oggi la Madonna” di fronte alla situazione del nostro tempo, tra finanza, sviluppo tecnologico e migrazioni; quindi non solo una sorta di raccolta della “Madonne sul territorio” ma anche una riflessione sulle “Madonne dell’Adesso” con la collaborazione delle comunità che incontreremo.
Aspettiamo vostre risposte.
Grazie mille
Collettivo Fx

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Marcella Renna

Marcella Renna presentati in tre righe…

Mi chiamo Marcella Renna e mi occupo di ceramica e grafica. Sono una designer-maker, insomma una a cui la giornata di 24 h non basta. Esploro, invento, disegno, faccio, comunico…

Come nasce il tuo lavoro?

Il mio lavoro nasce dalla curiosità verso il prossimo e verso me stessa. Sin da piccola ho sempre disegnato, senza freni e senza chiedermi il perché, volti e case. Volti e case sui banchi di scuola, i tovaglioli di carta, i quaderni, i diari. Mia nonna, spostando l’armadio, ha trovato, con immenso disappunto, volti e case disegnati, a penna, persino sulla parete della sua camera da letto. Oltre che disegnarli, mi è poi sempre piaciuto affidarli delle storie. Ogni volta che siedo di fronte a qualcuno, in treno, metro, mi domando…chissà chi è, dove abita, da dove viene, dove va? Ogni volta che di sera prendo un autobus di quelli alti, a due piani e si ferma davanti alla luce di un appartamento mi chiedo chissà chi ci vive, che arredo ha, che lavoro fa, chi incontrerà domani? Sono incuriosita dalle storie, dalla diversità e dalle similitudini, dal fatto che non ci sono 2 persone uguali, ma proviamo un po’ tutti le stesse emozioni. Il mio lavoro cerca di riassumere emozioni in personaggi che vengono riprodotti su tela, carta, ceramica.

I tuoi progetti, Coltiva la tua personalità e Quattro chiacchiere, insistono entrambi sul concetto di personalità.  Perché?

Ritengo che preservare la propria unicità sia assolutamente fondamentale per il benessere personale e mondiale. Se ognuno di noi riuscisse a scrollarsi di dosso le imposizioni sociali, scoprire il vero se stesso e coltivarlo, il mondo sarebbe un posto migliore perché saremmo tutti più appagati. Scoprire se stessi, tuttavia, non è facile perché abbiamo mille sfaccettature, ma spesso ci “catalogano” o “auto cataloghiamo” con una sola di esse, magari anche quella meno pregnante…ve lo dice una catalogata come “avvocato” e scopertasi “artista”!

Audrey, Memè, Azzurra, Francesca sono donne di cultura con caratteri definiti.  Cosa significa per te essere donna?

La catalogazione uomo/donna non mi è mai piaciuta. Mi ricorda un po’ quelle tristissime serata in cui arrivavi al pub in coppia e poi per colpa dello stupido di turno ci si ritrovava tutti gli uomini seduti da un lato e le donne dall’altro e si finiva gli uni a parlare di calcio e le altre di vestiti. I miei personaggi sono prevalentemente femminili per una pura questione estetica, perché gli abiti femminili mi piacciono di più, perché forse mi riesce meglio disegnarli, ma, se mi consenti, trasformerei la domanda in cosa significa per te essere persona?  Significa CONOSCERE, approfittare della nostra permanenza su questo bellissimo pianeta per guardare, viaggiare, imparare, apprendere il più possibile e ributtarlo fuori più bello di prima, arricchito del nostro personale apporto. Significa condividere idee, stati d’animo, parlare e ascoltare, arricchirsi delle esperienze altrui, perché il mondo è immenso e non c’è tempo per conoscerlo tutto da soli.

 E tu, che “personaggio” sei?

C’è un po’ di me in ognuno di loro, ma quello che mi si avvicina di più è “Memè” il cui nome non è affatto casuale J

La tua esperienza a Londra cosa ti ha lasciato?

La voglia di tornarci. Con tutti quei volti e quei bus a due piani…

Le immagini possiedono una grande potenza e sono in grado di veicolare messaggi. Qual è il tuo?

Ascolta e coltiva te stesso, se non ti senti, urla più forte!

Domanda di rito: Con o Senzamecenate?

Con Senzamecenate e tutti coloro che amano ascoltare.

 

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Collettivo Fx – Intervista

Non è dato sapere la vostra identità vista la scelta di rimanere nell’anonimato. Com’è nato il Collettivo Fx? Quale l’idea vitale e pulsante che ne ha alimentato e ne alimenta lo spirito?

C’era un importante critico in una importante trasmissione televisiva. Stava facendo un analisi della società in base all’influenza dell’arte e come questa si era linguisticamente trasformata dai bassorilievi medioevali ai quadri impressionisti. Analisi molto interessante ma che non consideravano un piccolo particolare: i bassorilievi erano in mezzo alla città i quadri impressionisti in un museo dove si pagava un biglietto. Che influenza può avere sulla società un quadro che se ne sta dentro una stanza chiusa con dei guardiani che ti squadrando? Non trovate paradossale che chi pittura, suona e si occupa di cultura se ne sta barricato dentro a una stanza (chiamatela museo o teatro ma è pur sempre una stanza) e si lamenta di come vanno le cose? Ecco, eravamo dentro ad una stanza, uno di noi ha fatto queste domande e gli altri hanno risposto con una parola: “andiamo”.

I vostri templi sono le aree altamente cementificate, urbane o extraurbane poco importa. Quanto è sottile il limite tra imbrattamento ed arredo urbano?

Facciamo fatica a stabilire dei limiti e delle definizioni. Preferiamo considerare come l’una (la street art) è la conseguenza dell’altra (città). Ci sono città, come Bologna o Milano, che hanno problemi di “imbrattamento” di tag (propria firma) ovunque, anche su palazzi e portoni appena ripristinati (luoghi assolutamente vietati secondo l’etica di chi dipinge per strada). Ma non è un caso che queste stesse città praticano una rigorosa politica di controllo urbano anti-tutto, non solo graffiti ma anche bivacco, chiusura anticipata dei locali, etc.; e qui che il writing è una reazione ad una mentalità bacchettona di controllo. Al contrario altre città, dove l’ansia del controllo è meno presente, dove c’è più vitalità e dialogo, è molto più facile trovare interventi più complessi, magari figurativi e veri e propri pezzi di writing. Insomma spesso l’imbrattamento è la conseguenza della politica del “nulla” e ci sembra troppo facile additare i primi a discapito dei secondi; preferiamo provocare un ragionamento più completo

I temi da voi affrontati non risultano mai banali, nello specifico avete dimostrato una forte attenzione per l’articolo 9 della costituzione. Quanto è forte la denuncia sociale nelle vostre opere?

Sì, è presente molto più di quanto apparentemente può sembrare. Se mettiamo in strada un lavoro che grida all’ingiustizia provocheremo ulteriori malumori che provocherà ulteriore rabbia e siamo convinti che con la rabbia si risolvono pochi problemi. Preferiamo mettere in strada la storia, le persone e le idee. In pratica, di fronte ad un muro grigio non ci piace gridare “questo muro è una merda” preferiamo dire “qui si può fare questo”. Lo preferiamo anche perché sono molto più pericolosi coloro che hanno idee che coloro che gridano, anche se apparentemente può sembrare il contrario.

Quale’è il personaggio che avete “riprodotto” con più frequenza?

Ultimamente Malala, la ragazza Pakistana, candidata al Nobel, a cui hanno sparato perché andava a scuola. Una ragazza di sedici anni che per la propria cultura rischia la vita è un insegnamento per tutti coloro che trattano la cultura come attrazione turistica.

Quale il progetto artistico che ricordate con più fierezza?

Sicuramente il Mo-Ma Tour, il viaggio in bici con Pittate da Modena a Matera. La bici non è solo il mezzo per godersi meglio il paesaggio ma anche il modo più semplice per entrare in contatto con le persone e creare un dialogo. E se questo dialogo si trasforma in un intervento al centro del paese, allora si riesce veramente a far venire il dubbio che la pittura non sia solo decorazione estetica, ma qualcosa di positivo che appartiene alla vita del paese.

I vostri “attacchi artistici” sono sempre stati accolti positivamente dagli osservatori?

Si dagli osservatori si, magari anche con critiche severe, sempre ben accette. Il problema sono i non-osservatori, cioè coloro che a priori si esaltano oppure insultano senza guardare o chiedere. Dipingendo in strada in mezzo alla gente ci si rende conto come sia diffuso, sopratutto al nord Italia, la presunzione di sapere tutto mischiata alla paura dell’altro. Insomma, anche i migliori ottimisti come noi , debbono prendere atto che la cultura “casa centrica” da cui si conosce il mondo attraverso la tivù piena di opinionisti senza dubbi, ha creato un problema sociale grave e parecchio sottovalutato.

Come giudichereste il panorama italiano della street art?

Inquinata. C’è parecchio talento e parecchie idee ma la mentalità commercialona con obbiettivi di vendita speculativa ha già fatto il suo ingresso rovinando parecchi talenti. Questo non significa che la Street art non deve avere un sostegno economico, tutt’altro. Significa semplicemente che se l’obiettivo non è più quello che di fare un lavoro in street per la street, ma un lavoro in street per vendere un quadro da appendere in salotto, allora cambia l’atteggiamento, il processo e la conseguenza, anche se fisicamente il lavoro si trova in street. Insomma c’è parecchia Urban Art, anche di qualità altissima, che viene chiamata Street Art, solo perché si trova nello stesso luogo.

Quali sono gli artisti che apprezzate maggiormente e con chi avreste voglia di collaborare?

Vorremmo collaborare moltissimo con gli anziani perché secondo noi hanno tutte le caratteristica di lavorare benissimo con gli stencil: esperienza per trovare le storie giuste da tradurre in immagini e l’artigianilità giusta per un ritaglio perfetto e un riempimento a spray preciso.
Gli artisti che apprezziamo sono sopratutto i post-graffitisti perché sono coloro che mettono al centro del proprio lavoro la pittura, l’azione e l’arrangiarsi, come Gola, Zibe, Reve, PsikoPatik, Giorgio Bertocci, Etnik, Sea, James Kalinda Corn79, El Euro, Ema Jons, etc.

Esiste in Italia una “capitale” della street art? Se è si, quale?

Forse è il momento della provincia: città come Catania, Pisa e la stessa Reggio Emilia (dove facciamo base noi) stanno producendo scene molto interessanti (anche se non sono bravi a raccontarsi). Speriamo che queste “piccole” realtà inizino a collaborare tra di loro per creare una scena italiana più solida e meno inquinata. Speriamo anche di un ritorno da protagonista di Milano che purtroppo nell’ultimo periodo sta vivendo un momento assurdo tra persecuzioni ed esaltazioni che creano una situazione di caos totale in cui è difficile lavorare.

Domanda finale: con o senza mecenate?

Tanti piccoli mecenati!

Maggiori informzioni: 

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Soul Film Production
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Soul Film Production

di Giulia Emanuele

SOUL FILM e’ un progetto nato nel 2011 dalle menti di due ventenni. Non e’ ciò che si direbbe essere una vera casa di produzione quanto piuttosto un gruppo di persone che ritrovano nell’espressione artistica la massima realizzazione di ciò che veramente siamo e non ciò che veramente pensiamo di essere. In occasione della partecipazione al Festival di Venezia con il cortometraggio “Io Sono l’Universo”, Federico Giovannini e Marco Zingaretti sentono di dover approfondire la loro passione e intesa nella realizzazione di altri prodotti, che non siano una semplice pista di atterraggio ma di decollo. E già, difatti, in “autoproduzione” il loro prossimo lavoro ed è già in corso la ricerca di tante persone che sappiano condividere insieme un grande progetto artistico e soprattutto la forza di saper credere in ciò che ognuno di noi è in grado di creare. Qualcosa che sia più di un semplice lavoro. Qualcosa che sia arte di vita.

Marco e Federico, poco più che ventenni, con un grande progetto in tasca. Come e quando nasce la vostra passione per il cinema?

In realtà la passione è come l’energia.Solo quando scopri che esiste trasformi il mondo. Diciamo che noi ci siamo conosciuti realmente quando abbiamo avuto l’opportunità di realizzare il nostro primo cortometraggio “Io sono l’Universo” nel 2011. Anno quinto del liceo scientifico Morgagni di Roma. La classe partecipa a un concorso indetto dalla provincia di Roma sul tema del neorealismo. Facciamo il classico collage di immagini prese dai film. No, facciamo un corto. Questa è la situazione nella sala dell’auditorium (il giorno della premiazione): una quarantina di classi dei licei di Roma. Trentanove collage di film. Non siamo neanche andati sul podio. Siamo andati oltre. Abbiamo fatto un buco nel muro e siamo entrati dentro casa di qualche disperato presente in giuria che, colto da un sentimento improvviso di amore nei confronti di chi viene colto da un improvviso sentimento di amore nei confronti del fuori-luogo, ha deciso di assegnarci il premio speciale della giuria (di sentimentali improvvisati). Detto ciò ritiriamo il premio e andiamo a una rassegna di cortometraggi alla Biennale di Venezia. I soliti ignoti. Uno stile di vita.

Cosa vi ha spinto ad intraprendere la strada della produzione cinematografica, percorso tortuoso dal quale risulta difficile riuscire ad emergere?

Siamo quello che chiamiamo emozione. Se ci emozioniamo abbiamo fatto bene a fare quello che abbiamo SCELTO di fare. Nella vita vivi o ti guardi morire. La seconda via non ci intriga.

Dite di credere fortemente nel vostro lavoro, ma qual è concretamente l’obiettivo che vi prefiggete di raggiungere, tramite questo progetto?

“Voglio morì co’ tutto l’oro addosso come i faraoni…” In realtà vogliamo buttarci dal ponte e scoprire quanto profondo sia questo mondo. Non abbiamo obiettivi. Abbiamo solo voglia di farvi capire che potrete anche essere convinti che trarrete qualcosa di profondo da quest’intervista ma, alla fine, questo non accadrà. La profondità sta nella capacità di concepire qualcosa di grande lasciandosi emozionare. Lasciandosi stupire. *Questa non è una verità profonda* . L’arte che stupisce è un messaggio. L’arte che emoziona è un’ideale. Che contiene un’idea. Che contiene un’idea. Che contiene un’idea. Che contiene un’idea…

Si è da poco concluso il Roma Film Festival. Voi eravate in prima linea ad intervistare noti personaggi della scena cinematografica. Qual è stata l’intervista più stimolante e significativa sotto l’aspetto sia umano che lavorativo?

Gli attori non rilasciano interviste interessanti. La vera intervista l’ha rilasciata un minatore sardo della Carbosulcis, in una delle ultime giornate del Festival. In occasione della presentazione del film sulla suddetta società di estrazione di carbone sarda, hanno sfilato insieme al resto della troupe i minatori. Non riusciva a parlare. Faceva fatica. Non capiva come potesse esserci arrivato. Perché si trovava sul tappeto rosso. Come se quel mondo fosse riservato a chi nella vita ha un potere. Il vero potere era nei suoi occhi. Perché forse non è la passione che ti spinge a lavorare sottoterra. Ma la forza e la dignità con cui lo fai vale più degli autografi. E quasi pianse. Ecco, sottoterra ora vorremmo vederci qualcun altro.

L’Italia conserva fiera innumerevoli lavori cinematografici degni di nota, anche se, di recente, sembra aver perso la raffinatezza di un tempo. In che atteggiamento vi ponete dinanzi al nuovo “cinema di massa”? Riuscite a vederne i possibili aspetti positivi?

Non sono fiero (Federico). La massa è fiera. Come chi fa cinema per la massa. *Che poi con la massa fanno la filigrana delle banconote* . Comunque riconosciamo il valore che hanno le opere di ‘un tempo’. Abbiamo parlato di qualcosa, quantomeno. Lo abbiamo fatto sorprendendo.

Chi è o chi sono i registi che hanno ispirato i vostri lavori?

Abbiamo iniziato guardando Pasolini. Siamo cresciuti con Fincher, Kassovitz, Scorzese, Malick, Nolan (prendete il libro di storia).. Abbiamo finito guardando i lavori della Soul Film Production.

In diversi dei vostri cortometraggi compare un uomo incappucciato. Cosa volete trasmettere attraverso tale “maschera” al pubblico che vi guarda?

Una maschera mostra, l’uomo nasconde. Ci potrebbe essere chiunque dietro la maschera. Un sogno, una paura, un amore. Spesso però c’è solo la realtà che non accetti. C’è anche Pirandello con in mano una pistola puntata alla nostra tempia.

Tra i vostri lavori possiamo trovare anche dei “video-clip”. In tal senso, quanto è importante per voi la libertà di espressione e il volere del vostro committente? Insomma, con o senza mecenate?

Senza mecenate e senza soldi. Abbiamo un espressione? Tante. Non è però questa la vera natura delle cose che ci circondando. Non c’è relazione tra espressione e denaro. C’è nel momento in cui ti esprimi contando le parole come gli spicci. Non siamo tassisti. Abbiamo un modo di fare le cose che ci consente di farlo come va fatto. Si tratta semplicemente di non svelare il modo che ci consente di fare le cose  per non perdere ogni opportunità di ingaggio. Ci dispiace. Vi raccontiamo però una leggenda metropolitana. A tal proposito: “Un uomo divorziato da poco è andato in un bar per singles dove ha conosciuto una donna molto bella. I due hanno fatto amicizia e sono andati in casa di lui, dove hanno fatto l’amore tutta la notte. Quando l’uomo si è risvegliato la mattina dopo, la donna se n’è andata. Lui è entrato nel bagno, e ha guardato lo specchio. Là, scarabocchiato con il rossetto, c’era il messaggio: “Benvenuto nel mondo dell’AIDS”. “ Eh già. Il mondo in qualche modo lo fotti.

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Marco Palena

Complimenti Marco, a te va il premio della giuria tecnica. Prima di concentrarci sulla tua opera, ti chiediamo quando e come hai avuto piena coscienza delle tue abilità illustrative?

Innanzitutto ringrazio la giuria tecnica e te per i complimenti. In realtà mi è sempre piaciuto disegnare, soprattutto dipingere. Non ho ancora una piena coscienza sulle mie abilità illustrative, è solo da due anni che faccio illustrazioni.

L’illustrazione con cui hai deciso di concorrere a cosa si ispira e con quali tecniche è stata realizzata?

E’ il tema del concorso che mi ha ispirato e ho cercato di rispettarlo il più possibile. Una delle mie priorità è di riuscire ad emozionare e di creare l’atmosfera giusta e quindi di utilizzare una tecnica che mi permetta questo. La mia illustrazione è realizzata con tempere, gessetti e tecnica digitale.

Cosa ti ha spinto a partecipare al concorso “Il Faro” e perchè?

Ho letto il bando del concorso “Il Faro Illustramente 2013” su Facebook, sulla pagina del Prof. Livio Sossi, docente di letteratura per l’infanzia ed esperto di illustrazione e di editoria, sempre attento ad informare noi illustratori su qualunque evento ci riguardi. Avendo da poco conosciuto questo mondo, ho pensato che il modo migliore di fare esperienza, e farsi notare, è quello di partecipare a vari concorsi. Inoltre il confronto con altri illustratori è sempre utile e costruttivo.

Hai vinto il premio per il Miglior Albo Illustrato. Consideri la strada dell’editoria, una via percorribile

Ad Ottobre ho vinto un premio per la realizzazione di un albo illustrato al concorso “Syria Poletti sulle ali delle farfalle”… è stata una bella esperienza. Guardando il mio lavoro penso che si potrebbe coniugare al linguaggio visivo dell’editoria.

Quali incontri o esperienze hanno inciso particolarmente per la tua formazione?

Sin da bambino mi facevo suggestionare dalle immagini all’interno dei libri mostrando un vivo interesse di comunicare con le forme e i colori dei disegni. Crescendo questa mia passione è diventata sempre più grande tanto da spingermi a intraprendere studi in campo artistico (prima il liceo artistico e in seguito la facoltà di architettura), una passione coltivata però in modo incostante, per lasciare posto ad altre esperienze. Ho poi riscoperto i libri illustrati un paio di anni fa, attraverso i lavori di Gabriel Pacheco e Shaun Tan e mi si è letteralmente aperto un mondo che conoscevo poco. In questo periodo ho imparato che bisogna osservare molto ed essere curiosi, per poi reinterpretare il mondo reale attraverso la propria sensibilità in modo da restituirlo in maniera personale. Come dice Gabriel Pacheco, “illustrare è un modo fantastico di osservare la vita”, e per fare questo, è necessario cercare un proprio stile che non solo consenta di essere riconoscibili ma riesca anche ad emozionare i lettori.

Progetti futuri?

Ho tanti progetti per il futuro e spero di poterli realizzare. Nell’immediato sto lavorando al progetto di un libro illustrato realizzato esclusivamente attraverso la narrazione di immagini illustrate, con il quale ho intenzione di partecipare al concorso “Silent Book 2014”.

Abbiamo visitato il tuo blog, le tue illustrazioni sono bellissime, così tanto, che sembrano vive. Hai mai pensato di illustrare per il cinema di animazione?

Grazie per aver visitato il mio blog. Illustrare per il cinema non è semplice, non ci si improvvisa. La mia curiosità e la mia voglia di perfezionismo mi porteranno a cercare sempre cose nuove, chissà un giorno, anche nell’animazione. Per ora cerco di dedicarmi all’illustrazione per l’infanzia e spero di continuare a migliorare quello che faccio.

Domanda “scomoda”: hai vinto con il voto della giuria tecnica, senza dubbio un risultato gratificante ma il pubblico “online” ti ha premiato meno. Cosa ne pensi?

Sesto classificato tra più di settanta opere… Non è andata poi così male. A parte gli scherzi, non si può piacere a tutti. Alle 342 persone che mi hanno votato e sostenuto, il mio disegno è piaciuto e per me questa è una grande soddisfazione. Approfitto per ringraziarle tutte.

La nostra domanda di rito: Con o senza mecenate?

Che domande… senza mecenate ovviamente.

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