Luca Soncini

di Federica Casile

La passione (ma soprattutto “essere capace”) e la formazione accademica sono sicuramente alla base di un’esperienza artistica solida. Quale delle due è stata più importante per te?

Come in tutte le cose, credo che la passione sia sempre alla base di tutto. In un “mestiere” come questo la passione è quella spinta in più. È il collante che lega lo spettatore ad un quadro. Senza di essa uno scarabocchio risulterebbe essere solo una linea contorta, fredda e crudele.

Nelle tue illustrazioni l’animo della pop art è molto percettibile. In modo chiaro, in “Un film già visto” c’è la tipica rappresentazione di Marilyn con una buffa variante. E’ un insolito omaggio? Ci racconti questa illustrazione?

Sì, a prescindere dal contesto raffigurato, si tratta chiaramente di un tributo a Marilyn, una leggenda alla quale il mondo dell’arte contemporanea ancora oggi non può sfuggire, icona della sensualità, del cinema e della moda, e divenuta grazie a Warhol simbolo indiscusso della stessa pop art. L’intenzione è stata quella di dissacrare la sua immagine in una formula ideata appunto per questa serie di illustrazioni. Mi è bastato ritrarla in uno scenario di vita comune, mentre regge due buste della spesa, posta sulla grata di un ipotetico supermercato, magari mentre fa rientro a casa. Ma al tempo stesso ho voluto introdurre una piccola variante, a simboleggiare che nessuno può scampare al proprio destino. Quindi la grata che soffia aria immortalando per l’ennesima volta Marilyn nella leggenda, in una sorta di film già visto e rivisto in tutte le salse, e lei che assume quindi un’espressione d’incredulità, di scontatezza, ormai conscia di questa sua bizzarra condanna.

Qual è il filo conduttore di “Destini ridicoli”?

Come nel caso citato di Marilyn, il paradosso è il collante di molte delle mie illustrazioni. “Destini ridicoli”, il titolo della collezione, si riferisce infatti alle sorti dei personaggi in questione, spesso coinvolti in situazioni tragicomiche, come ad esempio nell’illustrazione “Spazio ridotto” in cui uno shuttle della Nasa ed un piccolo ufo sono i protagonisti di un tamponamento cosmico, oppure in “Mim’ picco” in cui un mimo si capacita d’essere talmente realistico che il suo cappio invisibile lo ha addirittura sollevato da terra mettendo in seri guai. In Destini ridicoli si intrecciano tra loro icone cinematografiche e leggende del nostro immaginario collettivo con una buona dose di ironia dando quindi luogo a storie surreali e fiabesche, dove non c’è per forza un vincente o un perdente, un buono o un cattivo, ma piuttosto visioni lasciate in balia della propria sorte, agli occhi dello spettatore, unico vero ideatore di un loro possibile futuro.

Hai avuto molte occasioni di esporre i tuoi lavori dal ’99 ad oggi. Ce n’è una che ricordi con più soddisfazione?

La prima che mi viene in mente è la mia prima mostra personale “Istanti di luce” svoltasi qui a Parma nell’atrio del Teatro al Parco. Era il 2004 e ricordo quell’evento come qualcosa di molto caro. Posso dire che quel giorno mi tolsi un grosso macigno dalla scarpa.

I tuoi dipinti contengono spesso un dettaglio faunesco. Tu stesso racconti che, sin da piccolo, nell’approccio al disegno, “gli animali erano la tua specialità”. Teste di orso, ariete e alce si intrecciano a sinuosi corpi di donna e ad altri che sembrano divinità. Perchè?

Il mio lavoro è essenzialmente incentrato sulla figura umana ma il fascino sprigionato dall’intero mondo animale è qualcosa che mi ha sempre catturato. Ricordo che quando ero piccolo qualche mio parente mi regalò un dizionario illustrato che raccontava dettagliatamente ogni specie animale, così io me li ero studiati uno per uno e riproducevo su carta le immagini degli animali che più mi avevano colpito. Credo che quello fu l’inizio di tutto, forse anche della mia stessa passione per il disegno. I miei dipinti sono metamorfosi, questi esseri metà uomo metà bestia nascono dall’esigenza di portare tutto sullo stesso piano. Una testa animale su un corpo umano può così rappresentare semplicemente uno stato d’animo, una visione onirica e simbolica, un tentativo di rivalsa, e magari chissà, visto lo scorrere di questi tempi, l’ipotesi di una futura razza animale.

Ironizzi molto sui luoghi comuni e su piccoli riflessi della società e dei media, spesso impercettibili. E’ solo una via d’uscita per superarli con un sospiro liberatorio o senti di avere un ruolo implicito come “comunicatore”?

La comunicazione fa certamente parte del mio lavoro, come negarlo. Diciamo che nel mio piccolo mi piace portare a galla alcuni dettagli della nostra realtà. E forse quella che oggi appare come pura ironia, ciò che è raccontato in alcuni dei miei dipinti, può essere che domani tutto questo sarà all’ordine del giorno. Certo, sarei un folle se mi convincessi di affrontare un futuro come questo, ma credo che allo stesso tempo sarebbe una follia escluderlo.

La tua vita da artista: con o senza mecenate?

Mai avuto mecenati. Probabilmente non sono il loro tipo.