Lelio Bonaccorso

Non ti chiederò del tuo primo disegno, né tanto meno del primo fumetto letto. Vorrei che mi riassumessi le tappe fondamentali che hanno portato Lelio Bonnacorso ad essere oggi, a soli 30 anni, un fumettista affermato e molto stimato in tutta la penisola.

Questa è una domanda che mi lusinga, spero di rispondere in maniera anche utile per qualcuno… le tappe fondamentali del mio percorso, sono state simili a quelle di molto altri autori. Inizio con la passione del disegno sin da piccolo, e ricordo ancora mia madre che ogni mercoledì mi comprava sempre Topolino, un pò come tanti bambini. Lì ho deciso, a circa sei anni che avrei fatto questo, il fumettista. Dopo l’Istituto d’Arte di Messina e una disastrosa esperienza all’Accademia di Belle Arti di Reggio Calabria, ho deciso di produrre un fumetto insieme a mio cugino Antonello Piccione ed andare in giro per le fiere a mostrarlo. In quell’occasione a Lucca comics, ho avuto la fortuna di conoscere i dirigenti Di Marco e Pirrotta, dell’ottima Scuola del fumetto di Palermo, ambiente vivace con degli ottimi insegnanti. Questa è stata la mia fortuna. Trovare dei fumettisti professionisti, degli amici in primis, come Franzella, Stassi, Asaro e molti altri, che mi hanno insegnato il mestiere. Successivamente, dopo le prime pubblicazioni, nel 2009, insieme a Marco Rizzo abbiamo lavorato su “Peppino Impastato, un giullare contro la mafia” edito da BeccoGiallo. Posso dire che la mia carriera professionistica è iniziata con questo fumetto a cui sono molto legato.

In ordine non cronologico: “Peppino Impastato – un giullare contro la mafia”, “Gli ultimi giorni di Marco Pantani”, “Primo”, “Gli Arancini di Montalbano”, “Que viva El Che Guevara”. Quale, di questi tuoi lavori, occupa un posto di rilievo nel tuo cuore?

Credo d’aver risposto già precedentemente chi si trovi al primo posto! Assolutamente “Peppino Impastato – un giullare contro la mafia”. Anche perchè il volume su Peppino, più che un lavoro è diventato col tempo che ci lavoravamo insieme a Marco, un incontro con sé stessi, una presa ci coscienza davvero “forte”. Emotivamente, disegnare e raccontare con Peppino accanto è stata un’esperienza unica, che non si è ripetuta, almeno al momento. Vi posso garantire, e vale anche per Marco, che quando abbiamo dovuto, per motivi chiaramente narrativi, “riuccidere” Peppino, è stato un momento molto commovente e non semplicissimo da gestire. Credo che questa emozione sia passata per i disegni e per la sceneggiatura ed abbia fatto da collante con i lettori. Poi ci metto “Primo” che ha una storia a mio avviso molto originale che meriterebbe un seguito, anche perche mi sono divertito parecchio a disegnarla, “Que viva el Che Guevara” libro impegnativo sia per Marco che per me, sotto ogni punto di vista. Come tra l’altro lo è stato il lavoro su Marco Pantani; raccontare cose così intime, e parlo di persone e non personaggi, è una cosa delicata, a cui devi avvicinarti lentamente ed in maniera oculata. È una grande esperienza introspettiva raccontare di qualcun altro attraverso quello che di te e quello che sai fare. Ed infine, “Gli arancini di Montalbano”, che non metto per ultimi per una questione di preferenza, ma perché essendo delle illustrazioni sono un pò più distanti dal linguaggio fumetto.

Quali caratteri, secondo te, deve possedere un’illustrazione per riuscire ad attrarre e rapire immediatamente il lettore?

Non credo ci sia un carattere grafico particolare, anche lo stile suscita ovviamente più o meno empatia nel lettore. Credo che ci si debba chiedere che esigenza ha il pubblico. Cosa desidera la gente in un determinato periodo storico; questo è ciò che un editor direbbe fa la differenza sul mercato. Evasione, divertimento, informazione… tutto a strati concentrici, con un solo obiettivo raccontare attraverso una storia, un’emozione. E lì è il difficile, consegnare agli altri una parte di te, senza aspettative di alcun tipo. Per come la vedo io, il fumetto o illustrazione che sia, diviene autentico e “penetra” nel momento in cui “porta con sé un segreto”. Questa è una citazione di Ungaretti riguardo la poesia. Io penso sia la stessa identica cosa per le immagini.

Se potessi trafugare un fumetto e farlo tuo, quale sceglieresti e perché?

Beh, ci sono molti fumetti che potrei dirti, ma sinceramente non ne sceglierei nessuno. E sai perché? La mia esigenza principale adesso, è di raccontare qualcosa di assolutamente mio e questo è qualcosa che ancora, a quasi trent’anni, non ho fatto. Questa mi pare un’ottima motivazione!

Tra tutte le tue collaborazioni puoi vantare anche quella con la casa editrice Marvel. Lavorare con un colosso così importante ha sempre e soltanto dei vantaggi o impone anche dei vincoli e dei limiti alla tua creatività?

Ovviamente lavorare in Marvel è una soddisfazione pazzesca, un obiettivo per un fumettista. Di contro questo, come tutte le cose, pone dei limiti, perché parliamo di un enorme ingranaggio commerciale, con delle regole ferree. E parlo di tempi di scadenza, di linee grafiche da seguire. Mi rendo conto col tempo che ho una personalità che rimane difficilmente dentro certi vincoli, benché riesca comunque a gestire le esigenze di un mercato più commerciale…

Cosa non può mai mancare sulla tua scrivania?

Un foglio, il mio libro da viaggio con grandi pagine bianche e una penna bic nera.

In questo momento stai lavorando a qualche progetto?

Al momento insieme a Marco Rizzo abbiamo una serie di progetti in attesa di approvazione e immagino ci aspetti prossimamente un momento di forte impegno. Poi sto lavorando insieme ad altri 9 disegnatori esteri ad un progetto di fumetto europeo per la fiera del fumetto di Lione, in uscita a Giugno ma non in Italia. Con il mio gruppo, la Triskelion film company, lavoriamo su progetti cinematografici sperimentando l’illustrazione all’interno di vari video.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Io sono per il viaggio. Zaino in spalle e vado. A prescindere da tutto e tutti, racconto e non potrei farne a meno. Aria, avventura, mondo e incontri mai casuali, come un colpo di scena in ogni fumetto che si rispetti. Dunque senza mecenate direi 🙂

Grazie Lelio.

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