Eugenio Pozzilli

Eugenio, Liceo Artistico – Accademia delle Arti e delle nuove Tecnologie ed inoltre laureando nell’indirizzo “Studi storico – artistici” presso La Sapienza. Diciamo che, sin da molto giovane, hai sempre avuto le idee chiare. Vieni per caso da una famiglia di artisti?

Inizio l’intervista con una smentita, come pare facciano le personalità più importanti, tanto per darmi un tono. Scherzi a parte, io non ho mai avuto le idee chiare: chi mi conosce bene sa quanto non le abbia mai avute nelle età più critiche, e forse nemmeno oggi, ed è sempre stato un tormento che tuttavia ho sempre difeso come necessario. Mi sono mostrato sempre indeciso non per non avere interessi, tutt’altro: mi sono sempre trovato di fronte a troppe scelte, passioni, idee. Quindi non solo l’arte è una delle tante passioni, ma ha anche infinite declinazioni e applicazioni da dover scegliere. Nel tempo è successa e continuerà ad accadere quella magia di cui parlò Steve Jobs: ho unito i puntini. Ma è una cosa che si può fare solo guardandosi all’indietro. So che di fronte a me ci sono altri puntini, altre scelte da prendere, alcune più coscientemente, altre meno: voglio aver fede nel fatto che uniti tutti assieme, formeranno un bel disegno. Mia madre dipinge, mio fratello è architetto e mio padre è medico, ma non la definirei una famiglia di artisti, anche se senz’altro non è mai mancata l’arte. Ciò che è stato importante è stato il fatto che mi abbiano lasciato lo spazio necessario perché la mia creatività potesse esprimersi. Non sono mancati nemmeno gli stimoli come la musica o il teatro, solo che con la prima ho fallito miseramente, e il secondo è stato tralasciato per dare priorità alle arti figurative. L’importante è lasciare il terreno fertile, poi dove i semi devono crescere, cresceranno.

Il tuo portfolio è testimone della tua grande versatilità. Tele, tempere, cartoni, inchiostri, matite e materiali di ogni genere. Possiamo definirti un’artista “no dump”?

Prima ancora di capire che l’arte sia pura espressione, a prescindere dalla forma che gli si voglia dare, mi ci sono trovato in mezzo assecondando il semplice piacere di creare, con qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano. Si inizia sempre con un foglio e un matita, certo, ma per me quella è stata solo la partenza. Se il mondo della cartoleria per me è il paradiso, gli oggetti di recupero allora sono il mio paradiso terrestre. Carte, matite, pennarelli, colle, nastri adesivi, sono qualcosa di perfetto verso cui nutro una riverenza e un amore originario, mentre per gli oggetti di tutti i giorni, gli scarti, le cose trovate per strada, c’è un’ammirazione e un senso di devozione, perché già da sole mi parlano e hanno una loro storia, e se non l’avessero gliela darei come effettivamente gliela dò, assemblando, componendo, facendo collage. Sì, potrei dirmi “no dump”, e ringrazio perché effettivamente mi ci posso ritrovare; tuttavia a stento sò io come potrei definirmi, gli altri possono vedere ciò che vogliono, ma trovo le definizioni artistiche un po’ come un soprannome: dicono solo una caratteristica, non il tutto.

La tua creatività, tuttavia, non si limita esclusivamente ad opere realizzate manualmente. Infatti, sei anche un professionista nel mondo della grafica e del web design. Tutti questi “universi artistici” sono universi paralleli o si incastrano e si influenzano tra loro?

Se pensiamo che nemmeno troppi anni fa la grafica era ancora molto manuale, capiamo come questi universi si compenetrassero ancora di più. Viceversa, nella Storia dell’arte contemporanea o dei nostri giorni c’è una fortissima componente grafica, dove la tecnologia è ampiamente compresa. Da questo punto di vista sono figlio di questo tempo, amo che questi mondi si influenzino, quasi non potrei farne a meno, e non posso che trarre beneficio e competenze dall’uno e dall’altro campo. Tuttavia bisogna tener bene conto che quando devo intendere la grafica come comunicazione, di artistico c’è la creatività, ma tutto il resto è più vicino al mondo delle scienze: bisogna perseguire un obiettivo comunicativo ben specifico, lasciando quasi nulla all’interpretazione soggettiva. Invece per la creazione meramente artistica influenzata dalle conoscenze grafiche, utilizzo strumenti tanto artigianali quanto digitali; per capirci: conosco la grammatura delle carte e l’utilizzo di Illustrator. Soprattutto non devo pretendere che la mia espressione venga capita, ma la lascio libera alle interpretazioni.

Quali sono i programmi grafici che utilizzi maggiormente?

Illustrator più di tutti, a un passo dall’essere il programma per me definitivo; immancabilmente Photoshop, e poi InDesign: la tripletta di ogni grafico. Se vogliamo potrei citare anche un qualsiasi programma di scrittura, non tanto per la grafica, quanto per la componente narrativa che pure cerco di portare avanti.

Nella tua “biografia” si parla anche di autoproduzioni grafiche, di illustrazioni ed editoria. Vuoi parlarci di qualche tuo progetto?

Le autoproduzioni sono grafiche e illustrazioni che faccio per il puro gusto di farle, con appunto una componente più creativa che comunicativa. Sono disegni che possono essere stampati su qualsiasi supporto: dalle cartoline ai poster, dalle T-shirt alle felpe, tutte acquistabili presso il mio sito. Di recente stikka.it ha selezionato alcuni miei lavori per farne grandi stampe da parete, e altre per cuscini e piatti, anche queste acquistabili presso il loro sito. Anche l’editoria è un ambito al quale cerco di dedicarmi autonomamente: al momento ho prodotto “Guida ai gaudi del viaggio” un libro di 68 pagine e 68 illustrazioni che prende il viaggio come pretesto per mostrare come il mondo, la nostra vita, possa avere punti di vista sempre differenti e sorprendenti. “Secco” è invece la vera storia a colori di una bottiglia di spumante che un giorno ha deciso di esplodere da sola: io ne ho approfittato e tratto ispirazione per scriverne una storia di rivoluzione. Ora è in cantiere un’altra storia illustrata: parlerà di come dai diamanti non nasce niente, mentre dal letame nascono i fiori, giusto per citare De André. Sarà la storia di uno stronzo (“Massa fecale solida di forma cilindrica”, cit. Treccani.it) che vivrà diverse avventure fino a scoprire… beh, lo sapremo quando l’avrò conclusa.

All’interno della tua pagina web (http://www.eugeniopozzilli.it/) è possibile scoprire ed acquistare un’ampia gamma di prodotti originali ed accattivanti. Nutrita è anche la sezione servizi. A proposito di questi, volevo appunto chiederti: quali sono quelli più richiesti?

Più o meno nell’ordine: le pubblicità (volantini, depliant, pieghevoli), l’identity (biglietti da visita, carte intestate), le affissioni (locandine, poster), l’editoria (impaginazioni, edizioni). Il bello di un grafico, in generale, è che è uno dei pochi mestieri che ancora conserva la caratteristica di conoscere non solo il proprio ambito, ma i tanti altri che gli girano attorno, e questo fa della professione una categoria flessibile per idee, tempi e inventiva, secondo le esigenze dei clienti.

La città in cui sei cresciuto e vivi è Roma, e sicuramente dal punto di vista culturale e creativo tutto ciò ti avrà stimolato molto. La capitale presenta anche degli svantaggi?

Come tutti i romani dovrò dire una banalità, seppur vera, nell’affermare che Roma la si odia e la si ama. Culturalmente offre stimoli di ogni genere, nonché molte possibilità, ma è pur sempre la capitale dell’Italia, gravata dal suo ruolo istituzionale e sociale che la vede protagonista tanto dei ministeri quanto delle manifestazioni, tanto dei ruoli amministrativi e politici, come delle spese e della gestione di un patrimonio artistico e culturale immenso. Tra le capitali europee, a livello di fermento giovanile offre possibilità molto diverse rispetto a Londra, Berlino, Bruxelles, Parigi o Madrid. Mentre in quest’ultime c’è una capacità di rinnovamento, influenze, scambi, aperture e sperimentazioni, a Roma se ci sono realtà del genere sono piccolissime e scollegate da una rete che invece le farebbe forti e presenti. Infine a proposito di collegamenti e banalità vere, qualsiasi romano lo sa: lo svantaggio maggiore riguarda i trasporti. Roma è la più grande città d’Italia, la cui dimensione è grande quanto la somma dei territori dei comuni di Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenza, Bari e Catania, ed è superiore a quella di comuni come New York, Mosca, Berlino, Madrid, Parigi; una città del genere non può permettersi di difettare nei trasporti, lì dove questi sono i primi servizi e infrastrutture necessarie a garantire lo scambio, la fruizione di zone abitative e commerciali, il raggiungimento di zone d’interesse culturale, e il percorrimento di realtà underground sparse qua e là per la città.

Ultima domanda: con o senza mecenate?

Ovviamente dipende dal mecenate, se è illuminato o meno; e nel caso non lo fosse, che rimediasse almeno con la generosità. Obiettivamente se pensiamo a possibili mecenati, difficilmente ci viene qualche nome in mente; tuttavia qualcun altro assolve un compito molto simile, ed è la pubblicità. Non a caso grandi artisti e grafici alle spalle hanno importanti sponsor, che probabilmente pur che se ne parli lasciano più liberi di tanti possibili filantropi. A fronte di tutto ciò, snobbare una qualsiasi entità che ci foraggi è un capriccio di chi se lo può permettere, perché anche l’assenza di compromessi è diventato un bene di lusso. Non dico che si debba venir meno con sé stessi -tutt’altro- ma che proprio per non farlo è necessaria una conciliazione, un accomodamento con la realtà. Ma se ci si pensa bene è lo Stato italiano che potrebbe e dovrebbe essere il mecenate perfetto, tanto che la Costituzione è molto chiara in ciò: «Art. 9 – La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.» Poi a un certo punto la realtà si dimostra talmente più lenta della propria creatività, o della propria sopravvivenza, che ci si inventa mecenati di sé stessi, e chi vuole dare il proprio piccolo contributo potrà essere soltanto ben accolto.

Grazie Eugenio.

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