Collettivo Fx – Intervista

Non è dato sapere la vostra identità vista la scelta di rimanere nell’anonimato. Com’è nato il Collettivo Fx? Quale l’idea vitale e pulsante che ne ha alimentato e ne alimenta lo spirito?

C’era un importante critico in una importante trasmissione televisiva. Stava facendo un analisi della società in base all’influenza dell’arte e come questa si era linguisticamente trasformata dai bassorilievi medioevali ai quadri impressionisti. Analisi molto interessante ma che non consideravano un piccolo particolare: i bassorilievi erano in mezzo alla città i quadri impressionisti in un museo dove si pagava un biglietto. Che influenza può avere sulla società un quadro che se ne sta dentro una stanza chiusa con dei guardiani che ti squadrando? Non trovate paradossale che chi pittura, suona e si occupa di cultura se ne sta barricato dentro a una stanza (chiamatela museo o teatro ma è pur sempre una stanza) e si lamenta di come vanno le cose? Ecco, eravamo dentro ad una stanza, uno di noi ha fatto queste domande e gli altri hanno risposto con una parola: “andiamo”.

I vostri templi sono le aree altamente cementificate, urbane o extraurbane poco importa. Quanto è sottile il limite tra imbrattamento ed arredo urbano?

Facciamo fatica a stabilire dei limiti e delle definizioni. Preferiamo considerare come l’una (la street art) è la conseguenza dell’altra (città). Ci sono città, come Bologna o Milano, che hanno problemi di “imbrattamento” di tag (propria firma) ovunque, anche su palazzi e portoni appena ripristinati (luoghi assolutamente vietati secondo l’etica di chi dipinge per strada). Ma non è un caso che queste stesse città praticano una rigorosa politica di controllo urbano anti-tutto, non solo graffiti ma anche bivacco, chiusura anticipata dei locali, etc.; e qui che il writing è una reazione ad una mentalità bacchettona di controllo. Al contrario altre città, dove l’ansia del controllo è meno presente, dove c’è più vitalità e dialogo, è molto più facile trovare interventi più complessi, magari figurativi e veri e propri pezzi di writing. Insomma spesso l’imbrattamento è la conseguenza della politica del “nulla” e ci sembra troppo facile additare i primi a discapito dei secondi; preferiamo provocare un ragionamento più completo

I temi da voi affrontati non risultano mai banali, nello specifico avete dimostrato una forte attenzione per l’articolo 9 della costituzione. Quanto è forte la denuncia sociale nelle vostre opere?

Sì, è presente molto più di quanto apparentemente può sembrare. Se mettiamo in strada un lavoro che grida all’ingiustizia provocheremo ulteriori malumori che provocherà ulteriore rabbia e siamo convinti che con la rabbia si risolvono pochi problemi. Preferiamo mettere in strada la storia, le persone e le idee. In pratica, di fronte ad un muro grigio non ci piace gridare “questo muro è una merda” preferiamo dire “qui si può fare questo”. Lo preferiamo anche perché sono molto più pericolosi coloro che hanno idee che coloro che gridano, anche se apparentemente può sembrare il contrario.

Quale’è il personaggio che avete “riprodotto” con più frequenza?

Ultimamente Malala, la ragazza Pakistana, candidata al Nobel, a cui hanno sparato perché andava a scuola. Una ragazza di sedici anni che per la propria cultura rischia la vita è un insegnamento per tutti coloro che trattano la cultura come attrazione turistica.

Quale il progetto artistico che ricordate con più fierezza?

Sicuramente il Mo-Ma Tour, il viaggio in bici con Pittate da Modena a Matera. La bici non è solo il mezzo per godersi meglio il paesaggio ma anche il modo più semplice per entrare in contatto con le persone e creare un dialogo. E se questo dialogo si trasforma in un intervento al centro del paese, allora si riesce veramente a far venire il dubbio che la pittura non sia solo decorazione estetica, ma qualcosa di positivo che appartiene alla vita del paese.

I vostri “attacchi artistici” sono sempre stati accolti positivamente dagli osservatori?

Si dagli osservatori si, magari anche con critiche severe, sempre ben accette. Il problema sono i non-osservatori, cioè coloro che a priori si esaltano oppure insultano senza guardare o chiedere. Dipingendo in strada in mezzo alla gente ci si rende conto come sia diffuso, sopratutto al nord Italia, la presunzione di sapere tutto mischiata alla paura dell’altro. Insomma, anche i migliori ottimisti come noi , debbono prendere atto che la cultura “casa centrica” da cui si conosce il mondo attraverso la tivù piena di opinionisti senza dubbi, ha creato un problema sociale grave e parecchio sottovalutato.

Come giudichereste il panorama italiano della street art?

Inquinata. C’è parecchio talento e parecchie idee ma la mentalità commercialona con obbiettivi di vendita speculativa ha già fatto il suo ingresso rovinando parecchi talenti. Questo non significa che la Street art non deve avere un sostegno economico, tutt’altro. Significa semplicemente che se l’obiettivo non è più quello che di fare un lavoro in street per la street, ma un lavoro in street per vendere un quadro da appendere in salotto, allora cambia l’atteggiamento, il processo e la conseguenza, anche se fisicamente il lavoro si trova in street. Insomma c’è parecchia Urban Art, anche di qualità altissima, che viene chiamata Street Art, solo perché si trova nello stesso luogo.

Quali sono gli artisti che apprezzate maggiormente e con chi avreste voglia di collaborare?

Vorremmo collaborare moltissimo con gli anziani perché secondo noi hanno tutte le caratteristica di lavorare benissimo con gli stencil: esperienza per trovare le storie giuste da tradurre in immagini e l’artigianilità giusta per un ritaglio perfetto e un riempimento a spray preciso.
Gli artisti che apprezziamo sono sopratutto i post-graffitisti perché sono coloro che mettono al centro del proprio lavoro la pittura, l’azione e l’arrangiarsi, come Gola, Zibe, Reve, PsikoPatik, Giorgio Bertocci, Etnik, Sea, James Kalinda Corn79, El Euro, Ema Jons, etc.

Esiste in Italia una “capitale” della street art? Se è si, quale?

Forse è il momento della provincia: città come Catania, Pisa e la stessa Reggio Emilia (dove facciamo base noi) stanno producendo scene molto interessanti (anche se non sono bravi a raccontarsi). Speriamo che queste “piccole” realtà inizino a collaborare tra di loro per creare una scena italiana più solida e meno inquinata. Speriamo anche di un ritorno da protagonista di Milano che purtroppo nell’ultimo periodo sta vivendo un momento assurdo tra persecuzioni ed esaltazioni che creano una situazione di caos totale in cui è difficile lavorare.

Domanda finale: con o senza mecenate?

Tanti piccoli mecenati!

Maggiori informzioni: http://collettivofx.blogspot.it/